di Alessandro Fontanesi
Con l’apertura statutaria alle nuove generazioni avvenuta due anni fa l’Anpi ha saputo guardare con fiducia ai giovani ed il vasto movimento di ragazze e di ragazzi che hanno manifestato la loro contrarietà alle politiche del governo, in materia scolastica, come da anni non accadeva, stanno a dimostrare che avevamo visto lungo.
A questi ragazzi abbiamo il dovere di indicare la forza della ragione, la forza della verità, dicendo loro che tanti anni fa ci sono stati altri migliaia di giovani come loro, che hanno combattuto per vivere un mondo migliore, più giusto e sono morti combattendo, piuttosto che piegarsi ed arrendersi a certi affabulatori, alla tirannia, al fascismo, al nazismo.
Giovani con le medesime aspettative dei ragazzi di oggi, con la stessa voglia di vivere spensieratamente gli anni della gioventù. Essi non subirono gli eventi, anzi, seppero mutarli diventandone i protagonisti, facendo i partigiani. Pertanto a noi che siamo venuti dopo e che non abbiamo combattuto durante la Resistenza, corre il dovere di ricordare quella straordinaria generazione di ragazzi, che ben più di 60 anni fa, con coraggio e senza eroismi hanno saputo conquistare, con il sacrificio estremo della vita, quella libertà di cui oggi tutti godono i benefici.
Nella sola provincia reggiana furono ben oltre 600 i partigiani che morirono affinché il popolo italiano fosse libero ed indipendente. E’ questa la realtà, la verità da contrapporre a quanti oggi pretendono di sovvertire la storia, volendo far credere che fascisti e partigiani erano comunque uguali; una colossale menzogna che non dobbiamo smettere di ricacciare in gola a “certi” spudorati bugiardi.
La Resistenza reggiana ha avuto esempi di straordinaria grandezza e tra questi non possiamo dimenticare Andrea Zavaroni, comandante di distaccamento, decorato con la medaglia d’argento al valore. Marco, questo il suo nome in clandestinità, era un giovane forte e coraggioso, dalla spiccata intelligenza, connaturata ad un grande senso umanitario.
Sensibilissimo alle miserie del popolo oppresso dai fascisti, Zavaroni fu sempre in prima linea, non solo durante le varie azioni partigiane, ma soprattutto nella strenua e costante difesa di quei principi di libertà, per i quali versò il suo stesso generoso sangue. Rientrato da una azione di disarmo insieme all’amico Egidio Baraldi, dal quale si separò per far visita ai genitori, Marco venne colpito ad una spalla alcuni metri dopo il bivio di Cognento.
Abbandonata la bicicletta, cercò la fuga attraverso i campi per raggiungere un rifugio sicuro da lì poco distante, ma il tentativo risultò purtroppo inutile, perché la ferita ne affievolì rapidamente le forze. Inoltre i fascisti ed i tedeschi gli misero alle calcagna un grosso cane che ostacolò la sua corsa; così Andrea Zavaroni venne catturato il giorno 15 novembre 1944 ed immediatamente condotto al comando di Villa Lombardini.
Nonostante vari tentativi per liberarlo, il corpo del giovane partigiano venne rinvenuto in una concimaia di Novellara, soltanto nei giorni della Liberazione, con ancora evidenti i tremendi segni delle torture praticate dai suoi aguzzini. Sotto il dolore e la sofferenza delle atroci sevizie a cui venne sottoposto, Marco non fece mai alcun nome, nessuna rivelazione; egli conosceva tutto lo schema organizzativo della Resistenza, ma al nemico non rivelò nulla. Conosceva i nascondigli delle armi, sapeva dov’erano le sedi dei comandi ed i nomi di tutti i compagni di lotta, ma custodì il tutto per sé come fosse un tesoro.
Per i carcerieri fascisti e nazisti, la fierezza ed il coraggio di quest’uomo, doti ad essi completamente sconosciute, furono talmente insopportabili al punto di levargli gli occhi e la lingua, uccidendolo soltanto tre giorni dopo la cattura.
Nonostante la grave perdita, l’abnegazione di questo indomito combattente, la sua forza d’animo ed il suo coraggio, furono lo stimolo per tutti i suoi compagni a portare a compimento i valori della Resistenza per i quali Andrea Zavaroni aveva dato tutto. Episodi come questo, che furono migliaia in tutto il nostro Paese, devono farci riflettere di quale tempra fossero i resistenti, i resistenti veri, donne e uomini di grande fede che amavano e si battevano per la libertà del popolo, esponendo ad enormi rischi la loro stessa vita pur di difenderla, affinché quei principi di libertà diventassero un giorno il fondamento della nostra Costituzione.
L’unità di questi propositi, la realizzazione degli ideali di quei giovani di allora e la perseveranza nel difenderli, dovranno essere da stimolo per ognuno di noi affinché si giunga al reale cambiamento della nostra Italia. Solo in questo modo avremo assolto il compito che i nostri caduti, lasciandoci, ci hanno affidato.
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