Quarantacinque anni fa a Yalta, moriva Palmiro Togliatti segretario generale del Pci. L’anniversario, in un’Italia non insensibile al fascino delle commemorazioni (anche di quelle più bislacche) è passato letteralmente sotto silenzio. Un segno dei tempi, un termometro sulle condizioni della sinistra in Italia.
Eppure Palmiro Togliatti è stato un Padre della Patria a tutti gli effetti. Vicepresidente del Consiglio tra il 1944 e il 1945 e ministro di Grazia e Giustizia (1945-1946) è stato deputato all’Assemblea Costituente. Dal 1927 sino alla sua morte avvenuta il 21 agosto 1964, è stato segretario generale del Partito comunista italiano.
Fu un prestigioso capo del movimento comunista internazionale, un intellettuale, un teorico mai prigioniero di un frasario nuvoloso e un dirigente politico che rifuggiva il settarismo e guardava principalmente agli interessi nazionali.
Schematicamente possiamo dire, senza essere smentiti dai Galli della Loggia o dagli “storici” revisionisti, che il dopoguerra italiano porta il suo segno incancellabile. Dalla svolta di Salerno nacque la collaborazione tra le diverse forze dell’antifascismo che dettero vita ai primi governi con la guerra ancora in corso. Da quel primo compromesso nacque la volontà di costruire una solida e duratura democrazia con la Costituzione Repubblicana.
Il percorso del Pci fu tutto dentro la democrazia italiana per salvaguardarla e volgerla in senso progressista. Per questo motivo Togliatti spinse il partito su strade del tutto nuovo che, pur all’interno di un quadro internazionale diviso in aree d’influenza, fece diventare il Pci una grande forza nazionale e di massa.
Il Pci non fu un ospite nella democrazia italiana ma parte attiva e determinante. Togliatti ideò la “via italiana al socialismo”, teorizzò “l’unità nella diversità” del movimento comunista internazionale e propugnò la tesi del “partito nuovo” della classe operaia.
Togliatti fu stalinista? Come lo furono gli uomini di sinistra della sua generazione, compresi i socialisti nenniani. Tuttavia la linea guida che lo ha animato è sempre stata quella dell’autonomia del Pci nella ricerca di una via originale al socialismo. Chi ha voluto vedere in questo una sorta di “doppiezza”, di “doppia fedeltà” non guarda semplicemente i dati storici.
Guidò il Pci - dopo la parentesi di governo dell’unità antifascista conclusasi con la cacciata dei comunisti per ordine degli Usa – nel ruolo complicato dell’opposizione al sistema di potere autoritario e clientelare che la Dc stava costruendo nell’Italia del dopoguerra. Si cimentò a salvare il partito durante il periodo buio del centrismo clerico-fascista (quando la polizia uccideva a grappoli lavoratori e sindacalisti) e a confrontarsi con le situazioni nuove derivanti dallo sviluppo industriale, dal boom economico e dal primo centro sinistra.
Nel 1948 fu ferito gravemente da tre colpi di pistola esplosi da uno studente siciliano, apparentemente senza mandanti. L’Italia operaia fu sul punto di scatenare l’insurrezione ma il Pci era già abbastanza “togliattiano” per respingere quelle suggestioni suicide. Da quel momento cominciò il lungo viaggio dei comunisti per costruire una democrazia nuova e per difenderla da un atlantismo servile.
Togliatti meriterebbe, anche per la sterminata mole di scritti che ci ha lasciato (alcuni straordinari come l’analisi del fascismo) uno studio certamente più attento per riconoscergli il ruolo centrale che ha avuto nella costruzione della democrazia repubblicana. Ai comunisti, agli ex-post comunisti di cui è costellata ogni famiglia d’Italia, consiglio di ristudiarlo per preservarne la memoria e difenderlo dalle generiche strumentalizzazioni e le miserabili accuse che sul piano storico i detrattori di destra gli hanno rivolto.
































