Si definiva un “uomo di discussione”, in realtà la sua felice ossessione fu sempre la ricerca dell’unità: del movimento operaio e dei partiti della sinistra. Giorgio Amendola, di cui si ricorda il centenario della nascita, ha attraversato gran parte del secolo breve, dal fascismo alla Resistenza alla Repubblica, a viso aperto, con quel rigore e quell’irruenza tipica dei quadri comunisti svezzati da Togliatti che rifuggivano da chierici e da dogmi. A differenza di chi racconta una storia revisionata, il Pci pur nel quadro del centralismo democratico, fu sempre attraversato da discussioni, anche aspre, da tensioni e divaricazioni.
Giorgio Amendola è stato dunque un dirigente comunista capace di impietose analisi autocritiche che mai però avrebbero potuto tracimare nell’indisciplina o, peggio, nella rottura col suo partito. Perché riteneva che il Pci avesse una funzione storica “nazionale”, di rappresentare l’avanguardia del movimento operaio quale forza generale.
La sua biografia è ricca e travagliata, segnata dalla morte del padre Giovanni, celebre personalità antifascista, per i postumi di un’aggressione di squadristi fascisti. La sua adesione al Pci a Napoli nel 1929 rappresenta una sorta di coronamento della parabola dal crocianesimo al comunismo. Arrestato e confinato a Ponza, dove resta per 5 anni, espatria a Parigi e a Tunisi. Nel 1943 rientra clandestinamente in Italia e diventa un “costruttore” del Pci e della Resistenza armata a Roma e in regioni come il Piemonte e l' Emilia-Romagna. Dopo la liberazione è sottosegretario alla presidenza del consiglio nei governi Parri e De Gasperi (1945-46). Su quella lunga esperienza politica e di vita ha lasciato uno straordinario libro intitolato “Lettere a Milano” ricco di ricordi e documenti.
Proprio sull’esperienza resistenziale e partigiana s’impegna in analisi e polemiche storiografiche per sfrondarla da ogni aspetto retorico o ideologico: “Troppo spesso si dimentica – scrive nella prefazione di Lettere a Milano – che essa è stata condotta da uomini provenienti da diverse esperienze, dal carcere politico o dalla stessa milizia fascista, dall’esercito o dalle fabbriche, ufficiali e soldati, tecnici e operai, tutti col loro carico personale di bisogni, speranze, debolezze e amori”. La Resistenza la conosceva bene per averla vissuta in prima persona da rsponsabile dei Gap a rapprsentante del Pci nel comitato centrale di liberazione nazionale.
Nel dopoguerra Amendola è uno degli uomini più impegnati nella costruzione del “partito nuovo” togliattiano, in particolare nel Mezzogiorno. Membro dal 1945 del comitato centrale del partito, è segretario regionale in Campania dal 1947 al 1953. Due anni dopo sostitusce Pietro Secchia, finito in disgrazia agli occhi del gruppo dirigente (per vicende personali e politiche) alla guida della potente sezione di Organizzazione.
Dagli anni sessanta alla morte, avvenuta nel 1979 (il giorno dopo lo seguì straziata dal dolore l’amata moglie Germaine), la sua attività si caratterizza per una forte attenzione alla costruzione di una politica economica basata sulla piena occupazione e auspica una possibile unificazione di comunisti e socialisti in un grande partito del lavoro. All'epoca questa proposta creò un certo "scandalo". Si contrappone anche a Pietro Ingrao all’XI congresso del 1966 nella corsa alla segreteria del partito.
Amendola era considerato la “destra” del Pci. Ma questa definizione non significa affatto una scelta politica “moderata” o subalterna ad altre forze politiche. In Amendola è presente in forma ossesiva l'attenzione alla funzione nazionale della classe operaia, a una forma di rigore antico, anche negli atteggiamenti personali, che rifugge da ogni estremismo parolaio, dalle fughe in avanti. In una parola dall’estremismo miope e improduttivo. Fu rivoluzionario e riformista, filosovietico e sostenitore della via italiana al socialismo: nella sua figura si sommavano le qualità e le contraddizioni del pci in una determinata fase storica.
A chi, “da sinistra” rimproverava al Pci di aver svenduto la Resistenza per aver bloccato lo slancio rivoluzionario, rispondeva con grande energia. “Quella delle occasioni perdute – dice a Piero Melograni nel libro Intervista sull’antifascismo – è una polemica prettamente politica, che non ha fondamenta storiche”.
Piaceva ai giovani comunisti in anni di "rivoluzionarismo" perché spiegava, sono parole sue, “che le situazioni non sono mai determinate unicamente dalla volontà soggettiva, e che c’è un processo nella storia in cui è importante inserire la nostra azione. Altrimenti non si può arrivare a conclusioni positive. Mi urta una rappresentazione della storia di un paese che sarebbe sempre pronto, nella sua classe operaia e non soltanto in essa, a fare la rivoluzione: nel ’19-20, oppure nel ’24, oppure nel ’43-44 e che non la fa mai perché c’è sempre qualcheduno, nel ’19-20 il Psi, nel ’24 l’Aventino, nel ’43-44 il Pci, che glielo impedisce”.
Questo era Amendola: un rivoluzionario di professione che non considerava secondarie le conquiste “graduali” come la Repubblica e la Costituzione. Ma questo non era considerato da lui un semplice punto di arrivo. Per Amendola si trasformava in un invito alle nuove generazioni: “Ora si tratta di andare ancora avanti, e sta a voi fare quello che noi non siamo riusciti a fare”.
































