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In alto a sinistra. Quando presentare le liste era un simbolo della "diversità"

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13manifesti1948Primo simbolo in alto a sinistra.  Uno dei tormentoni delle campagna elettorali durante la cosiddetta prima repubblica riguardava la lotta per conquistare sulla lista elettorale quella posizione “privilegiata”:  il primo contrassegno in alto a sinistra, appunto. Per decenni non c’è stata storia. Era il Pci, con la sua poderosa macchina organizzativa e la passione dei suoi militanti a garantire, anzitutto una definizione delle liste elettorali in tempi largamente anticipati  per poi riuscire a  piazzare il simbolo in quella posizione così visibile e ambita. In alto a sinistra.

Quella posizione era in realtà una sorta di vetrina, una dimostrazione orgogliosa di diversità dalle risse nelle parrocchie altrui (anche se dentro il Pci le discussioni ferocissime esistevano, eccome)  prima che un freddo sorteggio ne offuscasse l’importanza. E per scalare quella vetta nella lista si metteva in moto una catena organizzativa che imponeva il presidio dei tribunali per almeno quaranta-cinquanta giorni prima della presentazione. Una presenza certificata da foto nei giornali locali che ritraevano baldi giovani e anziani militanti sobbarcarsi ore di “picchetto democratico” per piantare la bandierina sulla sudata cima

Quello era il Pci, d’accordo. Che preparava la compilazione delle liste con un misto di centralismo democratico e partecipazione delle sezioni. La procedura rispettava e dosava  un cocktail di ambizione dei singoli temperata dalla disciplina e dall’accettazione della volontà di comando di un’entità superiore, il partito, visto con una certa sacralità. Spesso, infatti, prima si decidevano gli eletti, poi si definiva la lista con decine e decine di volenterosi portatori d’acqua , felici di esserlo e anche orgogliosi di concorrere sotto la lista della falce e martello.

Consultazione nelle sezioni, comitati cittadini, estenuanti riunioni del comitato direttivo della federazione (dove si faceva l’esame del sangue del candidato) sino alla ratifica finale del comitato federale, un organismo sancta sanctorum del potere decisionale. Spesso le decisioni lasciavano per strada qualche maldipancia  raramente reso pubblico e digerito nel lavoro capillare alla ricerca di voti.

Altrove era il periodo dei santini, prerogativa dei partiti “borghesi”, faccioni sui manifesti accanto a nomi e numeri frutto di degenerazioni correntizie. Il vecchio Pci, invece, decideva con fare giacobino il gruppo consiliare o il consigliere regionale organizzando in modo scientifico la suddivisione delle preferenze per caseggiato, strada, quartiere. Numeri che ballavano sui fac simili barrati sul simbolo diffuso senza sprechi che sembravano frutto del lavoro di una consorteria di cabbalisti. I prescelti dal partito venivano quasi sempre eletti anche se non mancavano sorprese: il reprobo veniva guardato con diffidenza, se non veniva fatto dimettere per supreme esigenze.

Nella Dc erano invece le correnti a decidere tutto. I ras locali disponevano di pacchetti di tessere e piazzavano i loro uomini nelle liste sulla base di una spartizione cencelliana frutto di un ferreo caminetto proporzionale. Anche la Dc sapeva chi sarebbe stato eletto e la rottura del patto correntizio provocava lacerazioni profonde che si ripercuotevano sugli enti locali.

Alla Dc non interessava però il primo posto in alto a sinistra. Si accontentava di fare da contraltare all’ultimo posto. Ma certamente né il Pci, né lo scudo crociato o i socialisti avrebbero mai dato il triste spettacolo degli abborracciati trafficoni del Pdl romano e milanese.

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