Anche se il ministro La Russa, poche ore dopo la morte di Stefano Cucchi, si è sbracciato nel difendere i carabinieri “a prescindere”, la verità che faticosamente sta emergendo lo smentisce nel modo più netto. Né cadute dalle scale, né rifiuto di incontrare i familiari e di ricevere idratazione e alimentazione per una volontà suicida.
Stefano Cucchi ha rifiutato le cure, dopo i brutali pestaggi subiti, perché chiedeva semplicemente di incontrare il suo avvocato. Richiesta negata in nome di una sospensione barbara e inaccettabile delle garanzie democratiche e costituzionali.
I documenti pubblicati da alcuni quotidiani e dal Tg3 lo dimostrano. Cucchi (1,76 di altezza e 45 chili di peso) chiedeva infatti disperatamente e inutilmente di conferire con il suo legale. Allo stesso modo gli è stato negato di vedere i familiari che, a loro volta, sono stati continuamente respinti dai medici.
Luigi Manconi, presidente dell’associazione “A buon diritto”, denuncia la dolorosa serie di rifiuti che hanno leso uno dei diritti fondamentali della persona, quello alla difesa. Ma è anche impressionante ricostruire la tragica cronologia dei fatti, conditi di silenzi e menzogne.
Il 15 ottobre Cucchi viene arrestato al parco dell’Aquedotto di Roma con due dosi di hashish. Sono le 23,30. All’1,30 i carabinieri perquisiscono la sua abitazione mentre lui è portato in una cella di sicurezza all’Appio Claudio e poi a Tor Sapienza. Il 16, a mezogiorno, all’udienza in tribunale i genitori notano il volto gonfio e i lividi attorno agli occhi. Nel pomeriggio è a Regina Coeli dove i medici diagnosticano le lesioni: ecchimosi sacrale coccigea, tumefazione del volto bilaterale, algia della deambulazione. Lo trasportano al Fatebenefratelli in pessime condizioni fisiche.
Sabato 17 ottobre rientra in carcere, quindi alle 13,15i finisce all’ospedale Pertini. La famiglia viene avvisata alle 21. Un’ora dopo i genitori sono respinti al pronto soccorso. I familiari ritornano lunedì 19 ottobre ma ancora non possono parlare né col figlio né con i medici. Accade la stessa cosa anche martedì: serve il permesso di qualche giudice che arriva solo il mercoledì 21. E’ troppo tardi: l’ufficio del carcere di Regina Coeli è chiuso e non può concedere il visto alla richiesta.. Alle 6,20 di giovedì 22 ottobre Stefano Cucchi muore e il referto parla di morte naturale.
L’atroce agonia di Stefano doveva restare nascosta, occultata in qualche armadio della vergogna. Così come era accaduto per il caso del giovane ferrarese Federico Aldrovandi. Anche questa è una vicenda allarmante che mina alle fondamenta la credibilità dello stato di diritto.
La sospensione del diritto alla difesa e delle garanzie costituzionali di un cittadino è un fatto di una gravità eccezionale e conferma il degrado della situazione italiana dove i buchi neri, i punti oscuri fanno parte del paesaggio di un’ampia zona melmosa convinta della propria impunità.
Per Aldrovandi è stata fatta giustizia grazie al coraggio di una famiglia che non si è fatta intimidire da pezzi deviati delle “forze dell’ordine”, così anche per Cucchi la verità sta faticosamente emergendo. L’importante è tenere i riflettori accesi e la coscienza desta.
































