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L'indifferenza dell'Italia laica verso il fondamentalismo islamico che nega i diritti

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donna_velata-1Dice Ahmed Tahqwi, marocchino di 56 anni, in Italia dal 1987: “Per gli italiani è difficile rispettare la nostra cultura. Lo dimostra anche la storia di Sanaa. Il fidanzato avrebbe dovuto chiedere il permesso al padre, alla famiglia. Non lo ha fatto. Ha portato quella ragazza a convivere senza essere sposata, che è peccato mortale”. Prosegue: “Io voglio che mia figlia sia vestita bene, alla nostra maniera. Con il velo, certo. Lo dice il Corano. Non voglio che vada in giro mezzo nuda come le sue coetanee italiane”.

Gli fa eco Magdy El Meliga, 53 anni, in Italia dal 1979,e sposato con un’italiana rimasta cristiana: “C’è la legge del Corano da rispettare: i miei figli devono diventare musulmani. In Europa c’è la libertà di scelta anche in campo religioso. Per noi non è così, bisogna metterlo in chiaro. Abbiamo delle regole che non posiamo modificare, altrimenti diventiamo peccatori”.

Sono affermazioni riportate dal Corriere della Sera che ha riunito a Reggio Emilia quattro cittadini stranieri di altrettante associazioni di immigrati per commentare l’omicidio della giovane Sanaa, sgozzata dal padre perché era andata a vivere con un italiano.

Di fronte a queste parole si rimane sgomenti e un brivido corre nella schiena. Emerge sempre più la consapevolezza che l’abc della nostra libertà sia a rischio, presa a spallate dai fondamentalismi di chi ritiene che la vita debba essere scandita dai precetti religiosi. Al pari di chi, come nella vicenda squallida del fine vita e del testamento biologico, pretende di importi la morte che a lui sembra più opportuna.

L’ostinata e silente rifiuto della laicità è il tratto distintivo di pezzi important dell’immigrazione di fede musulmana nel nostro paese. La visione che emerge dalle dichiarazioni riportate dal Corriere, come da altre pubblicate o viste in tv (agghiacciante quella di un’adolescente di 15 anni che a proposito di Sanaa ha dettocce se l’era cercata), è quella di una compressione degli orizzonti di libertà , di una comunità ossessionata dal ricondurre tutto a improbabili catechismi, incuranti del fatto che si sbriciolano al contatto con la realtà.

Ci troviamo di fronte al paradosso di comunità che impongono regole tribali col pretesto della tradizione, imposte da una società arcaica strutturata al maschile, dove poco è permesso e un pugno di diritti viene concesso da imam, padri e padroni maschi. A questo punto è doveroso chiedersi se la coscienza laica e democratica che ancora resiste nel nostro Paese debba accettare un ritorno indietro a ere storiche che, anche noi, abbiamo superato a fatica dopo un feroce contrasto di “civiltà” col clericalismo.

Di fronte all’ostentazione del velo, alla separazione rigida dei ruoli di genere, all’ossessione sessuofobia e alla paura del corpo, qual è il miglior antidoto? All’integrazione non c’è alternativa, ma senza abdicare a quei principi basilari che sono alla base della nostra Costituzione scritta e alle consuetudini.

La difficoltà degli immigrati islamici ad accettare usi e costumi di noi italiani, sulla base di precetti, prescrizioni e imposizioni dettate da letture personalistiche dei cosiddetti testi sacri interpretati dall’iman di turno, sta diventando un vero e proprio problema.

Le donne velate che sempre più numerose vediamo silenziose camminare nelle strade, spesso un passo indietro del marito, danno l’immagine della sottomissione e della paura. Ci fanno ripiombare a tempi lontani, a incubi della storia che non vogliamo più rivivere.

La battaglia contro il fondamentalismo di matrice islamica e per la riaffermazione di ideali di libertà e laicità, di autodeterminazione al di fuori di fanatismi che portano allo scontro e all’assassinio è una priorità politica e pedagogica. Anche della sinistra italiana.

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