La verità in 567 pagine: così Federico è stato ucciso e gli agenti protetti
In 567 pagine le motivazioni della sentenza Aldrovandi. Per il giudice l'imputazione avrebbe anche potuto essere più grave. Ad uccidere il diciottenne ferrarese un intervento traumatico che ha fatto «scoppiare» il suo cuore. Duramente contestata la condotta dei quattro poliziotti
«Tanti giovani studenti, ben educati, di buona famiglia, incensurati e di regolare condotta, con i problemi esistenziali che caratterizzano i diciottenni di tutte le epoche, possono morire a quell'età. Pochissimi, o forse nessuno, muore nelle circostanze in cui è morto Federico Aldrovandi: all'alba, in un parco cittadino, dopo uno scontro fisico violento con quattro agenti di polizia, senza alcuna effettiva ragione».
Si aprono così - con queste parole da cui traspare anche l'umanità del giudice che ha affrontato il difficile processo sul caso Aldrovandi - le motivazioni della sentenza per l'omicidio di Federico, ucciso il 25 settembre del 2005. Per quell'uccisione sono stati condannati il 6 luglio scorso a tre anni e sei mesi ciascuno quattro poliziotti: Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri. Quando il giudice Francesco Maria Caruso pronunciò la sentenza ci fu stupore: il capo di imputazione era di omicidio colposo in adempimento del proprio dovere.
La condanna era da considerarsi dura. Il caso diventava un precedente, perché raramente agenti in divisa vedono comminarsi una pena così severa. Nei giorni successivi, però, sui blog e sui giornali furono numerosi gli interventi di normali cittadini che, invece, giudicavano la sentenza troppo lieve. In fondo - dicevano - è stata ammazzato un ragazzo che non aveva fatto nulla.
E' un omicido a tutti gli effetti. Ora, scorrendo le 567 pagine delle motivazioni, si capisce che persino il giudice la pensa così. Tant'è che un intero capitolo è dedicato alla «insufficienza di prove per una diversa e più grave imputazione». Che però avrebbe potuto esserci. Il motivo per cui i quattro poliziotti alla fine - tutto sommato - se la cavano (senza contare il fatto che godono dell'indulto, ma questa è un'altra vicenda) sta in un vizio originario: come sono state condotte le indagini preliminari.
Indagini «fasulle»
Il vizio capitale sta nell'affidamento delle indagini alla polizia. Questo ha comportato, scrive il giudice, l'assunzione acritica della versione fornita dagli agenti: il ragazzo era in uno stato di profonda agitazione. Aveva aggredito gli agenti. Poi era caduto a terra senza motivo apparente: certamente a causa di un malore causato dall'assunzione delle droghe.
E' questa la prima versione e quella che viene difesa strenuamente dalla questura. Un atteggiamento che viene di fatto consolidato dalla decisione di affidare le indagini alla polizia: «L'indagine nasce con un vizio di fondo - scrive Caruso - che si concreta nel paradosso dei principali indiziati di un possibile grave delitto che indagano su loro stessi. Un paradosso che il semplice senso comune avrebbe dovuto prevenire».
E' appena il caso di ricordare che quando questa circostanza veniva denunciata con forza dagli avvocati di parte civile, le loro parole venivano intese come un tentativo di intorbidire le acque, di screditare il lavoro della polizia. Ecco invece cosa scrive il giudice: «Vi è un cittadino a terra deceduto a seguito (non a causa) di percosse subite da quattro pubblici ufficiali che dichiarano di essere stati aggrediti. Oggettivamente la situazione impone a qualunque organo di polizia giudiziaria di formulare nell'immediatezza l'ipotesi investigativa dell'omicidio colposo o preterintenzionale, oltre all'ipotesi liberatoria della morte per cause indipendenti dall'azione degli agenti. E' ciò che si fa regolarmente quando in situazioni analoghe siano coinvolti comuni cittadini».
Non fu fatto. Tanto che sul posto non fu neanche convocato il pubblico ministero. Si trattava del sostituto Maria Emanuela Guerra, titolare della prima parte delle indagini per condurre le quali si avvalse senza battere ciglio della polizia. Quella mattina fu raggiunta telefonicamente. E questa fu la descrizione di quanto accaduto in via Ippodromo, dove Federico era steso a terra ormai morto, fatta dall'ispettore di polizia Paolo Marino.
E' la stessa Guerra a riportarla nella memoria che ha presentato al Csm, dove era stata richiamata proprio per la sua condotta nel caso Aldrovandi: «A suo parere - scrive Guerra - considerata la pregressa condotta del giovane, la verosimile causa della morte era per overdose da sostanze stupefacenti e che pertanto il caso non presentava particolare complessità».
Ecco, questo per dire di quale sia stato il clima di complicità che ha immediatamente circondato i quattro agenti coinvolti nel pestaggio. Non si tratta di un fatto secondario. Secondo Caruso se sin da subito fosse stata battuta anche la strada del possibile coinvolgimento dei poliziotti tutto sarebbe stato diverso.
I dubbi sul primo incontro. Se l'indirizzo iniziale fosse stato (anche) un altro, secondo il giudice avrebbe forse avuto un altro corso la prima (e unica) indagine autoptica, avrebbe potuto essere valutata in modo diverso la posizione di quell'Ivo Silvestri - scovato da «Chi l'ha visto» - il cui racconto il giudice definisce «sconvolgente». Silvestri ritrattò quanto detto alla trasmissione televisiva una volta chiamato in aula.
Ma secondo il giudice la sua testimonianza è credibile: «Non recederà dalla posizione neppure in seguito al confronto con il giornalista Dean Buletti e alla contestazione dei dettagli e dei particolari oggetto del racconto, per il teste assai sfavorevoli e difficilmente riferibili se non inseriti in un contesto sostanzialmente veridico e, secondo il teste, sconvolgente, avendo Silvestri dichiarato di essersi appartato nella zona di via Ipppodromo per avere un rapporto omossessuale nella sua automobile e di avere potuto perciò vedere fasi fondamentali della violenta bastonatura del ragazzo». A parere del giudice, infatti, quella di Silvestri è una delle testimonianze che avrebbe potuto far luce su alcuni punti del processo che sono rimasti oscuri.
Elementi che continuano a tormentare lo stesso giudice, che torna esplicitamente - e non era dovuto - su quanto potrebbe essere accaduto prima delle 5,59-6,00 quando - secondo la sola testimonianza della polizia - si verifica l'incontro con Federico.
Lo hanno sempre sostenuto le parti civili, e alla fine avevano anche persuaso il pubblico ministero Nicola Proto che nella sua arringa finale aveva fatto riferimento a questa possibile, alternativa, ricostruzione. E cioè che l'incontro tra Fedrico e la polizia sia avvenuto prima. Cioè intorno alle 5,30. Quando uno dei testimoni chiave - Massimiliano Solmi, che lavora nei pressi del luogo della tragedia - sente i primi rumori e le prime urla. Sono le urla di Federico già agitato per il suo «bad trip» che parla da solo, o sono i prodromi dello scontro fisico con la polizia? Di certo c'è soltanto che Solmi ricorda di aver visto arrivare una sola macchina della polizia. E' Alfa2. Dunque, forse, Alfa3 è già sul posto. Ma questo potrebbero dirlo soltanto gli agenti. Che invece si attestano su una linea difensiva unica, fino alla fine è difesa anche da tutti gli esponenti della Questura.
Quando arrivano in via Ippodromo, sollecitati dalle chiamate di cittadini che sentivano un giovane urlare in strada, sono le 6. Giungono sul posto e si trovano davanti un ragazzo agitatissimo, che li aggredisce senza motivo mostrando una forza spropositata, quasi animale. Ma il giudice non ci crede.
E scrive: «Non conosciamo le ragioni di questo scontro. Gli agenti Pontani e Pollastri portatori della verità ce le negano e si rifugiano su una linea di difesa che è per loro assolutamente perdente perché non vi è dubbio che nei confronti di un soggetto temporaneamente infermo di mente ed in stato di eccitazione delirante, non sia tecnicamente ammissibile da parte di agenti di polizia una reazione violenta come quella che i punti di lesione sul corpo di Aldrovandi indicano vi sia stata».
Perché è morto Federico. Il giudice non ha dubbi: Federico è morto per una compressione traumatica del torace.
Determinante, dice, è stata la deposizione del dottor Thiene. Chiamato in corsa dalle parti civili dopo aver scoperto una foto del cuore di federico che inspiegabilmente non era stata messa agli atti (uno dei tanti misteri del processo). Gaetano Thiene, dell'università di Padova, molto noto nel suo campo e citato persino dai consulenti della difesa ha chiarito, secondo il giudice, come «solo un meccanismo causale asfittico-traumatico, culminato nella produzione di un ematoma al cuore, prodotto sopra il fascio di his, ha determinato l'arresto del cuore per il venire meno dell'impulso elettrico, spiegandosi in tal modo il carattere di morte improvvisa del decesso di Federico Aldrovandi».
Sulla excited delyriun syndrome, che secondo i difensori invece avrebbe ucciso Federico, il giudice spende poche parole. A tratti persino ironiche. Chiarendo che secondo la letteratura tale sindrome colpisce persone con problemi mentali - e Federico era sanissimo - critica gli «eccessi» della difesa, visto ceh neanche i massimi esperti della sindrome (i coniugi statunitensi Di Maio) hanno mai sostenuto che l'esito scontato di questa sindrome sia la morte.
Poliziotti violenti. Su un punto il giudice è più che esplicito. I quattro agenti hanno usato in modo sproporzionato al forza. Per dimostrarlo elenca punto per punto tutte le lesioni che sono state riscontrate sul cadavere di Federico. E osserva: «Ciascuno dei 54 punti di rilievo medico-legale potrebbe singolarmente dare corso ad un procedimento penale per lesioni».
Sta proprio in questo l'indizio di colpa a carico degli agenti: «L'intervento armato della polizia, in assenza di pericolo per beni fondamentali, in assenza di gravi comportamenti criminosi, in assenza di pericolo per la sicurezza e l'ordine pubblico non può in nessun caso mettere a rischio la vita e l'incolumità del cittadino (....) Sotto il profilo oggettivo deve considerarsi la gravità obbiettiva dell'episodio per essere la vittima un giovane diciottenne, incensurato che non aveva creato nessuna situazione di obbiettivo allarme sociale, se non, forse, avere affrontato gli agenti nel corso della prima colluttazione in modo non ortodosso e ribelle.
La sproporzione tra la presumibile condotta della vittima e quella degli imputati colora in modo negativo il fatto. Ma anche se il ragazzo fosse stato effettivamente molto agitato, la mancanza di senso della funzione sociale della polizia, l'inaffidabilità degli imputati, la loro oggettiva "pericolosità" per la manifesta inadeguatezza nell'autodisciplinarsi nell'esercizio delle delicatissime funzioni e nell'autocontrollo nell'uso dello straordinario potere di esercizio autorizzato della forza, giocano nel senso di attribuire al fatto un'obiettiva elevata gravità».
E, alla fine, c'è anche un riconoscimento e un omaggio agli avvocati difensori (Fabio Anselmo, Riccardo Venturi, Alessandro Gamberini, Beniamino Del Mercato) e al loro «straordinario impegno» Un lavoro eccezionale, il loro, svolto almeno nei primi due anni «nel totale isolamento», ricorda oggi l'avvocato Anselmo. E IL lavoro non è finito. Proprio ieri scadeva il tempo per le indagini. Si prevede una richiesta di rinvio a giudizio
Cinzia Gubbini da www.ilmanifesto.it