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La guerra in Iraq è (virtualmente) finita. Ora tocca ai contractors

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iraq-1Con 13 giorni di anticipo sulla scadenza prevista (31 agosto9 gli Stati Uniti hanno ritirato nella notte l'ultima brigata da combattimento dall'Iraq. Nel Paese sono rimasti, per ora, 56.000 soldati. Dopo sette anni e mezzo la Guerra iniziata da George W. Bush per distruggere le inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein è - solo virtualmente - finita.

Le truppe rimaste continueranno le operazioni fino al primo settembre quando resteranno in 50.000 con compiti esclusivi - sulla carta - di "appoggio e addestramento" dei militari afghani. Entro il 31 dicembre 2011 - secondo il calendario approvato da Bush e fatto proprio da Barack Obama - tutti i militari americani, tranne qualche decina, avranno abbandonato il Paese.Ma il ritorno a casa dei soldati americani non chiude la fase di appoggio di Washington al governo - ancora inesistente a cinque mesi dalle elezioni del 7 marzo scorso - iracheno.

Come rivela il New York Times per compensare il ritiro delle truppe combattenti sono in arrivo 7.000 contractor privati, cui sarà affidata - di fatto - la sicurezza del Paese, sempre a spese dei contribuenti americani. Contractor, che dal massacro del 16 settembre 2007 a Baghdad in cui gli uomini della Blackwater uccisero 17 civili, non sono affatto amati in Iraq.
Il dipartimento di Stato spenderà 100 milioni di dollari solo per realizzare due avamposti fortificati nel nord del Paese - ricco di risorse petrolifere - per scongiurare grazie ai contractor scontri tra l'esercito regolare e le forze curde dei guerriglieri peshmerga. Dall'ottobre del 2011 - tre mesi prima che l'ultimo soldato Usa avrà lasciato il Paese - sempre il dipartimento di Stato assumerà la responsabilità di addestrare la polizia irachena.
Altri 5 basi avanzate fortificate saranno sparse nel resto del Paese. A gestirle ci penseranno sempre gli uomini delle agenzie di sicurezza private che svolgeranno gli stessi compiti affidati finora all'esercito: gestiranno i radar, cercheranno ordigni improvvisati (Ied) piazzati sul ciglio della strada, faranno volare i droni (aerei senza piloti) e forniranno il personale necessario alle forze di reazione rapida per aiutare i civili.
Per le forze armate irachene si tratta ora di un vero esame di maturità, con un esercito di quasi 200 mila uomini che dovrà dimostrarsi in grado di controllare la difficile situazione interna, con rigurgiti di terrorismo e un equilibrio politico difficile da trovare. Senza l'appoggio degli americani, in molti temono infatti che i possibili scontri intestini possano minare la coesione delle forze armate.
Ali Dabbagh, il portavoce del governo iracheno, sostiene che "le forze di sicurezza sono sufficientemente pronte per far fronte alle minacce". Ma il generale Babakir Zebari, capo di Stato maggiore, dieci giorni fa aveva detto che l'esercito "non è pronto a ricevere il testimone dagli americani, che dovrebbero rimanere fino al 2020".
Le perplessità sono quindi molte in Iraq, a partire dai dubbi espressi dall'ex braccio destro del dittatore rovesciato Saddam Hussein, Tareq Aziz, contrario al ritiro perché significa "lasciare l'Iraq al lupi".
Il governo di Baghdad ostenta però determinazione, perché l'esercito è pronto, sostiene. Ma anche all' interno del partito del premier, Nuri al Maliki, c'è chi dissente apertamente, come il deputato Izzat Shahbander. La cronaca degli ultimi tempi sembra dargli ragione. Appena martedì scorso quasi 60 reclute che dovevano andare a rafforzare le forze armate irachene sono state massacrate da un kamikaze a Baghdad.
Era iniziata all'alba del 20 marzo 2003, la guerra che ha portato al rovesciamento del regime di Saddam Hussein. Una guerra, decisa dall'allora presidente Usa, George W. Bush, ufficialmente perché convinto che Saddam possedesse armi di distruzione di massa (che non sono poi state mai trovate). Una guerra che ha portato a spaccature in Europa, visto che la Gran Bretagna ha combattuto al fianco degli Stati Uniti, mentre Paesi come la Francia hanno guidato quello che si può definire un 'fronte del no'.
Bush aveva dichiarato la fine dei combattimenti in Iraq il primo maggio del 2003, in un famoso discorso, quello della 'Mission Accomplished' a bordo della portaerei Lincoln, al largo di San Diego in California. In realtà i combattimenti sono durati molto più a lungo, con oltre 4.400 morti militari americani e circa 100 mila vittime civili irachene stimate, e tensioni fortissime nel biennio 2006-2007.
Nei mesi scorsi la violenza ha segnato una significativa recrudescenza: da gennaio a oggi le vittime di attentati nella capitale e in altre zone del Paese si contano a centinaia, mentre la classe politica è incapace di trovare un accordo che consenta la nascita di un nuovo governo, cinque mesi e mezzo dopo le elezioni parlamentari che non hanno potuto indicare alcun chiaro vincitore.
Nelle strade c'è chi esprime soddisfazione per un "passo in avanti verso il ripristino della sovranità irachena", ma anche chi esprime seri dubbi sulla professionalità e lealtà dell' esercito, che si affianca ad una corruzione diffusa a ogni livello, alla disoccupazione che secondo le cifre ufficiali è al 18%, ma che secondo alcune stime raggiunge il 50%, e alla carenza ormai cronica della fornitura di servizi di base, primo fra tutti l'elettricità, che anche a Baghdad, viene erogata solo per alcune ore al giorno.
"Il ritiro delle forze americane è però sempre una buona notizia, attesa da una vasta parte della popolazione di ogni etnia o religione", secondo una nota del blocco parlamentare che fa riferimento al leader radicale sciita Moqtada Sadr, che della lotta alla presenza americana in Iraq, anche con le armi, ha sempre fatto la sua bandiera. E proprio in questi giorni, Sadr è particolarmente corteggiato dall'ex premier Iyad Allawi, il cui partito, sostenuto in massa dalla comunità sunnita, alle elezioni del 7 marzo ha sconfitto di misura quello del premier uscente, al Maliki, per 91 seggi a 89 su 325.
Ma anche in caso di accordo con Sadr, la strada per formare un governo è ancora tutta in salita, mentre la nuova ondata di violenza, come ha stigmatizzato parlando con la tv Al Jazira Saad al Muttalibi, consigliere politico di al Maliki, "ha certamente origini politiche. La violenza è aumentata dopo le elezioni. Ogni ulteriore ritardo porterà l'Iraq sull'orlo della guerra civile".
 
Frida Roy da www.paneacqua.eu

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