In questi giorni si è più volte detto e scritto che alcune recenti vicende avrebbero incrinato i buonissimi rapporti da tempo instaurati tra l’attuale Governo e le gerarchie ecclesiastiche. In effetti, questi episodi addirittura impressionano per la loro oggettiva violenza.
Si pensi alle dimissioni dell’ex Direttore dell’Avvenire, indotto a gettare la spugna a seguito della feroce campagna denigratoria imbastita nei suoi confronti dal Giornale di Vittorio Feltri. Non stupisce certo che Feltri abbia utilizzato per la sua ritorsione nei confronti di chi aveva osato muovere talune critiche al comportamento del Premier anche e soprattutto un foglio di carta anonimo, arbitrariamente elevato ad atto d’indagine ufficiale.
Del resto, è lo stesso Feltri a ospitare sui giornali che dirige un tal Renato Farina, spia nota alle cronache con il nome in codice “Betulla” e pesantemente coinvolto nello scandalo degli Archivi illegali di Pio Pompa.
Abile creatore di notizie (purché, va da sé, avverse alla sinistra e a Romano Prodi in particolare) Farina è stato anche per questo radiato dall’Ordine dei giornalisti nel 2007. Per premiarlo dei suoi servigi e della sua “professionalità”, e posto che a certuni evidentemente piacciono i giornalisti disposti a inventarsi le notizie, all’agente Betulla è stato perciò assicurato un seggio in Parlamento nelle file del centrodestra. In questo quadro tutto ritorna.
Anche sorvolando sul dettaglio non certo insignificante della proprietà berlusconiana de Il Giornale, i legami tra un certo modo d’interpretare il giornalismo, la ringhiosa solerzia di Vittorio Feltri e l’azione politica dell’attuale Premier non potrebbero essere meglio rappresentati. Un po’ meno comprensibile è invece la circostanza per cui Feltri continua a ricevere premi giornalistici un po’ dappertutto in giro per l’Italia. Nel 2007 anche Ferrara partecipò a questa gara priva di senso.
Una giuria guidata dal Presidente di Confindustria-Ferrara e composta da sei industriali designati dall’associazione assegnò quindi a Feltri – chi lo ricorda sa bene che non è uno scherzo – il “Riconoscimento Gianni Granzotto. Uno stile nell’informazione”, “segno distintivo conferito ad una personalità italiana vivente, che operando nel campo dell’informazione si è particolarmente distinta per correttezza, impegno e personalità, destando l’attenzione di vasti settori dell’opinione pubblica nazionale”.
Lo “stile” di Feltri (mi raccomando le virgolette) era ed è peraltro già noto da tempo: rimane la curiosità di sapere se chi all’epoca ebbe la bella idea di premiare il giornalista bergamasco oggi si sia, magari solo un pochetto, ricreduto. Sarebbe pur sempre una consolazione.
Non meno grave è parso il fronte aperto tra Governo e Chiesa sul tema dei respingimenti collettivi in mare. Vere e proprie condanne a indicibili sofferenze in terra di Libia che – piacciano pure a parte del “popolo” – risultano pronunciate in spregio di precise norme della nostra Costituzione oltre che del diritto internazionale. E proprio a questo servono le Carte costituzionali e i Trattati: a porre regole che valgano allorché il popolo perde la bussola e la testa.
Non è poi il caso di ritornare sullo scandalo suscitato da taluni comportamenti del Presidente del Consiglio, la cui opportunità istituzionale, sobrietà, esemplarità, religiosità appaiono – per usare un eufemismo – alquanto dubbie. Ma, sul tema, porre anche solo domande pare delittuoso.
A seguito di tutto ciò, in questi giorni è insomma un pullulare d’ipotesi su quale sarà il futuro prossimo della sotterranea alleanza imbastita ormai da anni tra le gerarchie d’Oltretevere (sempre più insofferenti ai cattolici adulti) e le (a parole, non certo in pensieri, opere e omissioni), cattolicissime forze del centrodestra italiano.
Si può azzardare una prognosi ripescando talune tesi sostenute, nel 2004, dall’allora cardinale Ratzinger: «non tutte le questioni morali hanno lo stesso peso morale dell’aborto e dell’eutanasia.
Per esempio, se un cattolico fosse in disaccordo col Santo Padre sull’applicazione della pena capitale o sulla decisione di fare una guerra, egli non sarebbe da considerarsi per questa ragione indegno di presentarsi a ricevere la santa comunione. Mentre la Chiesa esorta le autorità civili a perseguire la pace, non la guerra, e ad esercitare discrezione e misericordia nell’applicare una pena a criminali, può tuttavia essere consentito prendere le armi per respingere un aggressore, o fare ricorso alla pena capitale. Ci può essere una legittima diversità di opinione anche tra i cattolici sul fare la guerra e sull’applicare la pena di morte, non però in alcun modo riguardo all’aborto e all’eutanasia» (Dignità a ricevere la santa comunione, in www.ratzinger.it., par. 3).
Oltre a dimostrare che una certa dose di “relativismo” alberga anche in San Pietro, queste parole indicano chiaramente quale sarà la possibile via di fuga dall’attuale fibrillazione tra centrodestra e gerarchie.
Se davvero sono l’aborto e il fine-vita a fare la differenza, l’occasione per un armistizio è bell’è che pronta. Si presenterà nel momento in cui dovrà chiudersi la discussione parlamentare sul testamento biologico o allorché si tratterà di spargere sabbia negli ingranaggi che regoleranno l’uso della pillola abortiva. Senza dire di come potrà opportunamente mettersi mano alla disciplina della procreazione assistita, dopo che una recente sentenza della Corte costituzionale ha sancito ciò che da tempo molti sostenevano: che si tratta cioè di una legge incostituzionale in numerosissime sue parti.
Se davvero così sarà, lo scenario che si profila per gli alieni dal quadro valoriale della bioetica vaticana nonché dal panorama ideologico della parte prevalente della destra al potere, è dei più nefasti. I nostri diritti, anche quelli più intimi e costituzionalmente sanciti, come nel caso del diritto di rifiutare i trattamenti sanitari salvavita, o quello della donna a ottenere un’interruzione di gravidanza (riconosciuto, ancor prima che dalla legge, da una sentenza costituzionale del 1975), saranno verosimilmente ridotti a merce di scambio in vista di obiettivi dal chiaro sapore politico. E – altrettanto prevedibilmente – le gerarchie vaticane accetteranno, con ostentata sofferenza, tale calumet della pace.
C’è una espressione che, in termini tecnici, esprime tutto ciò: funzionalizzazione dei diritti. In breve, questo triste fenomeno si presenta quando lo Stato o il potere politico non ammettono che i vari soggetti, nel rispetto delle prerogative altrui, facciano un uso diverso e plurale dei diritti loro riconosciuti, consentendosi invece l’esercizio di un diritto nella sola direzione voluta dal potere, al fine di raggiungere soltanto gli obiettivi graditi da quest’ultimo. Non c’è da stare allegri; si tratta infatti di un atteggiamento proprio dei regimi autoritari e ben conosciuto anche nell’Italia prerepubblicana.
Sarebbe insomma un segnale in più che, aggiungendosi ai numerosi altri sul tappeto, offre un preciso quadro della deriva ormai impressa alla democrazia italiana: si pensi, per esempio, all’attacco alla libera stampa, alla normalizzazione televisiva, al depauperamento delle Assemblee legislative, a talune palesi violazioni del principio di uguaglianza (condoni fiscali, aggravante di clandestinità e lodo Alfano inclusi), all’abile uso delle paure dei cittadini, agli attacchi mossi agli organismi di controllo (si tratti della Corte costituzionale, del Presidente della Repubblica, della Magistratura o della Corte dei conti).
Come affermò un giudice della Corte Suprema statunitense durante gli anni della crociata maccartista, «come la notte, anche l’oppressione arriva progressivamente». L’Italia sembra ormai vicina all’imbrunire: il tragico è che non vuole accorgersene.
Paolo Veronesi
































