Lo scorso 25 gennaio, nell’ambito delle celebrazioni provinciali del Giorno della Memoria, si è svolto presso la Facoltà di Giurisprudenza di Ferrara, l’incontro “Professori ‘di razza’. L’espulsione dei docenti ebrei dalle Università”.
Discutere del tema, specialmente a Ferrara, è alquanto significativo. E non solo perché, come ha illustrato Anna Quarzi, il nostro Ateneo si privò in tal modo, negli anni cupi del fascismo, di suoi esponenti di spicco: i Professori Aldo Luisada, Vittorio Neppi, Angelo Piero Sereni, Cesare Tedeschi. Ancor più rilevante è riflettere sul fatto per cui la caccia al docente ebreo parrebbe essere iniziata proprio nella nostra città.
E’ lo storico Michele Sarfatti a sottolineare che già in una lettera del 28 novembre 1937 (e dunque precedente alle leggi razziali dell’anno successivo) l’allora Prefetto di Ferrara, intimando al Direttore generale del Ministero dell’educazione di non autorizzare pro futuro trasferimenti o nomine di professori ebrei presso la locale Università, precisò che tale “superiore direttiva” era specifica per la Provincia di Ferrara. Egli invitò inoltre il destinatario della lettera al massimo riserbo, per non indurre “la sensazione di una lotta agli ebrei, creandosi così in Italia una questione che non desta alcuna preoccupazione per ora”.
Numerosi documenti attestano del resto, già prima del 1936, frequenti contatti tra il Prefetto, il Ministro dell’interno e lo stesso Mussolini aventi ad oggetto proprio la situazione degli ebrei a Ferrara. In tale sede venne probabilmente decisa questa precoce strategia discriminatoria, la quale s’innervò, con un tempismo anche più serrato, in molti altri settori della vita ferrarese (come emerge, tra l’altro, dalla mostra che s’inaugurerà il 27 gennaio alla biblioteca Ariostea).
Tuttavia, discutere, in una sede universitaria, di questa crudele vicenda del passato acquista un significato ancora più pregnante. Il Prof. Roberto Finzi, altro relatore a Giurisprudenza, ha infatti più volte sottolineato che, in un regime totalitario qual era lo Stato fascista, non ci si poteva certo attendere un dissenso di massa alle leggi razziali. Ma qualche spazio pure rimaneva; le Università avrebbero potuto ritardare la chiamata dei subentranti, non attribuire le cattedre rimaste scoperte, evitare squallide manovre accademiche. Al proposito è invece fulminante che, a fronte di circa trecento cattedre rese in tal modo vacanti, l’unica preoccupazione degli Atenei fu che queste venissero immediatamente riassegnate. Pare che un solo docente si rifiutò di subentrare a un professore ebreo: Massimo Bontempelli.
Nel mettere in fila questi dati vengono alla mente (tra gli altri) alcuni episodi del passato e del presente. Per il passato si pensi al corpo accademico ferrarese che, nel 1799, assiste al rogo del volume Elementi di diritto costituzionale democratico. Un testo assai scomodo, scritto da Giuseppe Compagnoni, titolare, proprio qui a Ferrara, della prima cattedra di diritto costituzionale in Europa. Per il presente è da rimarcare la solerzia con cui – stando alle notizie di stampa – taluno ha applicato le recenti norme restrittive nei confronti degli extracomunitari irregolari spesso al di là del loro criticabile contenuto o addirittura prima della loro entrata in vigore. Di pochi giorni fa è inoltre la notizia dell’insegnante marocchino regolare reintegrato dal giudice nella scuola genovese dalla quale era stato illegittimamente escluso. Per fortuna si è trattato di casi assolutamente isolati, per ora
La morale sin troppo facile è che l’acritico conformismo al potere o i germi del pregiudizio e del razzismo costituiscono tendenze assai antiche e sempre latenti. Mutatis mutandis, e graduando lo spessore delle varie vicende, ciò costituisce l’ennesima conferma della banalità del male.
Paolo Veronesi
Docente Università di Ferrara
































