E così abbiamo il poliziotto che soddisfatto ci informa che boss e criminali comuni lo salutano con deferenza. E che possa passeggiare in una città difficile come Napoli con moglie e figli senza che nessuno gli torca un capello o lo guardi torvo. A differenza di quell’altro, sì quel Saviano che scrive libri di successo e ha spezzato il filo sottile che innesca il gioco delle parti tra Stato e anti stato, tra guardie e ladri, tra legalità e criminalità. Sì, perché il capo della squadra mobile di Napoli, il brillante dottor Vittorio Pisani proprio questo dice: che Saviano avrebbe rotto quelle che lui chiama “regole deontologiche” che andrebbero, invece, rispettate. Tra queste il brillante poliziotto cita “il rispetto della persona umana”.
Pisani arriva a dire quello che altri pensano. Che a Saviano la scorta proprio non dovevano concederla. E se fosse stato per “noi della Mobile” non l’avrebbe avuta e anzi “demmo parere negativo”.
Dietro l’affermazione letteraria della inutilità per un Paese di avere degli eroi, il nostro dottore rafforza l’immagine da fiction del poliziotto burbero che si trova tra i piedi sempre qualche rompiscatole incosciente in vena di notorietà. E ripropone la tesi che la lotta alla criminalità è roba solo di sbirri.
Né l’impegno della società civile o la denuncia forte servono quanto invece il lavoro della polizia. Fatta di fatica e di impegno, di pericoli e di riserbo. Ma spesso nell’ombra e rispettando la “deontologia”. Così almeno si capisce leggendo l’intervista rilasciata al magazine del Corsera che manda in pezzi una stagione faticosa di impegno civile.
Deontologia che presuppone, però, anche una certa capacità tattica, o manovriera, nel modulare la lotta ai criminali. Dove però tutto può apparire lecito. Come siglare delle tregue con i signori dei clan o, addirittura come sta emergendo in questi giorni, persino trattare con la criminalità (vedi il caso Riina-Ciancimino-Mori).
L’attacco a Saviano con argomentazioni volutamente “politicamente scorrette” lasciano perplessi. E sgomento deve averlo procurato anche al capo della polizia Manganelli che invece ha ribadito l’esistenza di pericoli concreti e terribili verso lo scrittore e ha deciso di rafforzarne le misure di protezione.
Ma ora Saviano è più solo, i casalesi brindano e quella parte politica e giornalistica che non ha mai sopportato le sue denunce senza rete esultano e dicono: visto? era solo un eroe di cartapesta gonfio di prosopopea e di diritti d’autore.
Ma Saviano non voleva diventare un eroe. A differenza del suo supponente accusatore vorrebbe vivere una vita normale. E andare al cinema. Proprio come il dottor Pisani, capo della squadra mobile di Napoli che si autocelebra ed è soddisfatto quando i boss lo salutano con deferenza. Saviano, scrittore e giornalista armato della sua parola di quel “rispetto” non sa che farsene.
































