Nei mesi scorsi ha negato l'esistenza stessa della crisi. Quindi, di fronte alla catena di catastrofi economiche e finanziarie del nostro Paese, ha assicurato che comunque non c'era da preoccuparsi e che il governo avrebbe provveduto. Purtroppo della misery-card si sono perse le tracce.
Ai licenziati ha etto che c'era la cassa integrazione, agli statali di spendere molto perché i loro stipendi erano aumentati, agli imprenditori di non leggere i giornali. Poi ha cominciato col gioco dei miliardi di euro che, a seconda delle esigenze e delle convenienze elettorali del momento, venivano stornati per tamponare le varie emergenze: un giorno gli ammortizzatori sociali, quello successivo le banche etc, poi gli indigenti. Ma si trattava in realtà degli stessi stanziamenti, virtuali, per il futuro, cifre che passavano rapide sugli schermi dei telegiornali.
Di fronte a una richiesta concreta, quella del segretario del Pd Franceschini, di stanziare 4 miliardi di euro (con relativa indicazione di copertura a partire dal recupero di fondi dall'evasione fiscale in drammatica caduta) per erogare un assegno mensile per chi perdeva il lavoro, ha risposto che no, non era possibile perché le aziende avrebbero licenziato e si sarebbero messe d'accordo con i loro dipendenti per farli lavorare in nero. In realtà il no berlusconiano era legato al fatto che quelli erano soldi veri da versare subito, concreti e reali e non euro virtuali che piacciono tanto all'ex liberista Tremonti da far ballare nei titoli dei giornali.
Infine, ed è la quarta fase della trasformazione berlusconiana, la crisi è stata ammessa. Ma, ha detto, non c'è bisogno di fare tanto catastrofismo. Si può superare questa congiuntura affidandosi allo stellone italiano, al nostro genio creativo, affollando i ristoranti e i negozi, riempiendo i carrelli della spesa, viaggiando. Chi racconta le cose come stanno è un corvo, ha detto il suo ministro Scajola riferendosi alla Confindustria della Marcegaglia (Scajola è colui che, da ministro, aveva definito il giuslavorista Marco Biagi, ucciso dalle Br, un "rompicoglioni" ).
Di fronte alle cortine fumogene per rimuovere la crisi (fateci caso, ogni giorno ne inventa una: il ponte sullo stretto, il condono camuffato nell'edilizia, la critica ad Ancellotti, l'attacco al Parlamento sovrano) non c'è bisogno di scomodare uno studioso della mente umana o un esperto di comunicazione. Per comprenderle appieno in realtà bisognerebbe soltanto spulciare i bilanci di Fininvest-Mediaset. Il Berlusconi che accusa i media di esagerare e di diffondere catastrofismo è la stessa persona che, in realtà, la crisi non la sente e non la vede. Nei suoi bunker dorati di Arcore o della Sardegna gli arrivano solo ovattate lontane notizie della catastrofe. Il perché è presto spiegato: nel 2008 Berlusconi ha incamerato i dividendi del suo gruppo Fininvest-Mediaset per un totale di 159 milioni 335 mila, 953 euro e 92 centesimi.
L'ottimismo inesauribile e il vitalismo che emana da ogni sua dichiarazione è originato da questa cifra record che supera del 50% i 102 milioni incassati all'inizio del 2008. Dunque con che occhiali il Cavaliere guarda la crisi italiana?
































