Bieco illuminismo. L’accusa dei vescovi italiani alla sentenza del Tar che esclude i professori di religione dagli scrutini delle scuole e un altro di quei boomerang ai quali la Chiesa temporale ci ha abituati da secoli. Stessa violenza verbale, identica pulsione oscurantista che – ci sia consentito il paragone – accompagna una grande storia purtroppo lastricata anche da scomuniche, processi, roghi e Inquisizioni.
L’accusa di “bieco illuminismo” la dice lunga sul substrato culturale dei vescovi italiani e di come vivano le grandi svolte della storia. E’ di pochi giorni prima la “scomunica” di Ratzinger ai tempi che viviamo definiti “peggio della Rivoluzione francese”, ha sentenziato.
In che epoca vivono i vescovi italiani? Certamente con la testa rivolta al passato. Probabilmente non hanno digerito sino in fondo la divisione tra Stato e Chiesa, vivono come un oltraggio la laicità dello Stato (che in Italia è più declamata che vissuta realmente). Considerano un oltraggio i sacri principi della rivoluzione francese o quelli più terreni della breccia di Porta Pia.
Eppure è un fatto che la Chiesa italiana sia un impasto robusto di privilegi che sfrutta la tradizione religiosa del nostro Paese come formidabile massa di pressione culturale ed elettorale. E’ sempre successo in Italia: dal Risorgimento all’Unità alle campagne elettorale con le madonne pellegrine.
E così, mentre Zapatero vuol togliere i crocefissi dalle scuole, riformare la legge sulla libertà religiosa ed estendere il diritto dell’aborto alle sedicenni, da noi i clerico-leghisti-forzisti attaccano persino la pillola abortiva dopo il via libera dell’agenzia del farmaco.
Il governo, travolto e sfregiato sul piano etico e morale per i comportamenti poco “cattolici” del califfo di palazzo Grazioli, ha fatto ricorso al Consiglio di Stato utilizzando toni e argomenti tipici di un certo astioso clericalismo da baciapile della domenica: la Gelmini parla di discriminazione della scuola cattolica e di laicità intollerante.
Eppure il Tar del Lazio ha solo bocciato due ordinanze emesse dall’allora ministro della pubblica istruzione Fioroni (Pd, estrazione democristiana) escludendo dagli scrutini per gli esami di stato i professori di religione specificando che il loro insegnamento non può contribuire alla formazione del credito scolastico.
Lo scandalo sta nella riaffermazione di una scuola più laica, giusta e moderna senza privilegi e rendite di posizione? In pratica lo Stato riafferma che non può conferire ad una determinata confessione una posizione dominante. E bisogna farla finita anche con l’intollerabile arroganza dei vescovi che devono dare il placet all’ingresso dei professori di religione. Un retaggio da vescovi-conti.
































