Non se ne parla a sufficienza, ma il ministro della pubblica istruzione Maria Stella Gelmini ha nascosto l'entità dei tagli alla risorse della scuola previsti dall'articolo 64 della famigerata legge 133. Questi tagli sono terribili solo a descriverli: via 42.102 cattedre ai quali si aggiungono le espulsioni di altri 15 mila lavoratori del personale Ata.
Il 40% dei tagli si concentra nel Mezzogiorno (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia). All'apertura del nuovo anno scolastico ci saranno diecimila docenti in meno alle elementari, 11 mila alle superiori e 16 mila alle inferiori. La Gelmini promette che il tempo pieno ci sarà? E' molto difficile crederle perché dietro la cortina fumogena stesa su questa macelleria sociale, su questa mattanza c'è un disegno ben preciso.
C'è il tentativo tutto ideologico di spezzare la rete della scuola pubblica e la sua offerta formativa (certo da migliorare, non da affossare). Perché, dietro i tagli, si agita il disprezzo per il "lavoro pubblico", sia dei maestri o dei professori che degli impiegati. I tagli di Tremonti e Gelmini mettono in discussione il futuro dell'istruzione aperta a tutti, perché il governo considera la scuola non una risorsa ma come "un peso", uno "spreco".
Non è più un rischio lontano. La realtà di oggi è drammatica. Le campagne ideologiche contro i fannulloni, le impiegate che fanno lo shopping, l'insegnamento come ammortizzatore sociale hanno questo disegno: spezzare l'autonomia dell'insegnamento. Un passo verso il regime, le discriminazioni sociali, la privatizzazione dell'istruzione.
































