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Con la Spagna nel cuore, 70 anni dopo cosa resta dell'eredità repubblicana

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brigate_internazionali_ercoli“Com’è bello e grande lo spettacolo di eroismo che offrono al mondo i volontari italiani! Si tratta di lavoratori già martoriati da tanti anni di dittatura fascista, affranti dalla dura vita dell’emigrazione e dell’esilio. I più, dopo anni di privazioni e di miseria, erano riusciti a ricostruirsi una nuova vita, a crearsi affetti che sono la sorgente della gioia di vivere. Ed oggi di fronte al grave pericolo che corre, con la Repubblica spagnola, la grande causa della pace e della libertà dei popoli, questi lavoratori italiani non esitano ad offrire tutto, per la sua difesa e la sua vittoria”.

Queste parole di Giuseppe Di Vittorio (nome di battaglia Mario Nicoletti) raccolte da Teresa Noce nel libro “Garibaldini in Spagna” (Madrid, 1937), ci trasportano in un’epoca lontana che ha segnato uno dei momenti cruciali del secolo trascorso: la guerra di Spagna. Uno scontro campale non solo tra repubblicani e franchismi ma una guerra totale tra fascismo e democrazia, la prova generale della seconda guerra mondiale.

Quella frase di Di Vittorio racconta con efficacia l’epopea straordinaria dei volontari italiani che accorsero a migliaia per difendere la Repubblica. Un impegno e un sacrificio infranto, dopo tre anni di guerra tremenda, dalla vittoria del fascismo in Spagna che avrebbe ben presto trascinato l’Europa e il mondo nella carneficina dell’olocausto e dei genocidi.

Sono trascorsi 70 anni dalla caduta della Repubblica spagnola. Generazioni intere hanno fatto di quell’esperienza una bandiera e tratto preziosi insegnamenti, a partire dai volontari italiani che divennero l’ossatura militare della Resistenza. In Italia un revisionismo storico ben retribuito  deforma e stravolge la memoria e ci fa apparire le grandi svolte della storia come lontane ed estranee alla nostra storia.

Ho avuto modo di visitare una mostra, essenziale ma significativa, sugli italiani in Spagna esposta all’Archivio di Stato di Ferrara. Sui cartelloni sono riprodotte immagini sorridenti di combattenti, giornali, volantini di propaganda, elenchi di “internacionales”, veline dei servizi di informazione fascisti, inni rivoluzionari. Ci sono i lunghi elenchi di arrestati, caduti o uccisi. Persone, animate da quella che, un tempo, veniva chiamata solidarietà internazionalista o semplicemente amore per la libertà.

Settant’anni sono trascorsi, eppure quelle foto in bianco e nero, quelle immagini dei miliziani in combattimento, quelle cartine geografiche delle località dove si sono svolte battaglie memorabili e sanguinose (l’Ebro, Santander, Teruel, Gualajara, Huesca) mi sono sembrate attuali e vive. Forse perché ci rendiamo conto che quel nemico lontano, quel mostro che divorò la Repubblica spagnola e devastò l’Europa e l’Italia, pur sconfitto, si agita ancora nelle coscienze di tenebra dei nemici della democrazia.

1936-1939, tre anni di storia europea da non dimenticare. Come non sono da scordare quei quattromila volontari italiani che combatterono per difendere la Repubblica dalla sedizione franchista. L’Italia era sotto il tallone fascista ma sul suolo spagnolo arrivarono ugualmente comunisti, socialisti, azionisti, repubblicani, anarchici. “Noi in Spagna – ha scritto la medaglia d’oro Giovanni Pesce nella prefazione della “Spagna nel nostro cuore” (Roma,1996) – arrivammo sospinti dall’antifascismo ma anche dall’amore. L’amore per un popolo aggredito, l’amore per un popolo libero”.

vidali_carlosE’ bene ricordare alcuni dei nomi che riecheggiavano nelle trincee di Madrid assediata, a Barcellona, sull’Ebro, a Guadalajara. I comunisti Togliatti, Longo, Barontini, Di Vittorio, Giuliano Paletta, Picelli, Vaia e il leggendario comandante Carlos (Vittorio Vidali, nella foto) del V Reggimento;  il repubblicano Randolfo Pacciardi; Pietro Nenni per i socialisti; Leo Valiani e Carlo Rosselli per gli azionisti, l’anarchico Berneri e tantissimi altri

Leo Valiani  ha ricordato come tutte le grandi rivoluzioni democratiche, a partire da quella americana del 1776, hanno avuto i loro “volontari” accorsi da ogni angolo del globo. Ma le Brigate internazionali furono tra le più organizzate della storia. Sin dall’agosto del 1936 dopo il “pronunciamiento” di Franco i primi italiani furono De Rosa (socialista) e Vittorio Vidali (comunista). E già a luglio volontari esteri parteciparono alla liberazione del Basso Aragonese con la colonna anarchica di Buenaventura Durruti.

La guerra di Spagna diventa la prima battaglia della seconda guerra mondiale. I ribelli del golpista Franco ricevono infatti l’appoggio di Hitler e Mussolini, mentre Stalin in una prima fase si impegna in modo tiepido in difesa della Repubblica e del Fronte popolare.

Le Brigate internazionali partecipano attivamente alla difesa vittoriosa di Madrid (8-23 novembre 1936)  e poi alle grandi battaglia di Jarama, Brunete, Guadalajara, Teruel e alla grande offensiva dell’Ebro. Alcuni loro comandanti restarono leggendari come il rumeno Klèber, l’ungherese Luckacz e l’italiano Vittorio Vidali. Le Brigate internazionali ebbero circa 10 mila caduti su sessantamila combattenti. Settanta le nazionalità rappresentate.

brigate20internazionali_simbolo_2Principale animatore e organizzatore delle Brigate internazionali fu Luigi Longo, nominato ispettore generale di tutte le formazioni, mentre il commissario politico centrale fu Giuseppe Di Vittorio. Il battaglione Garibaldi combattè a novembre 1936 a Palacete, nel mese di gennaio 1937 a Mirabueno dove cadde Guido Picelli, l’animatore degli Arditi del popolo di Parma. Nel mese di febbraio si battè sullo Jarama e a marzo, dall’8 al 25, tra Brihuega e Guadalajara.

In questa località si scontrarono gli italiani, per la prima volta. Da una parte i legionari motorizzati di Mussolini e dall’altra il Battaglione Garibaldi. La sconfitta dei fascisti fu netta e grande fu l’emozione in Italia. Lo stesso Mussolini cercò di attenuarla con un articolo sul Popolo d’Italia.

Il racconto delle vicende degli italiani continua con le battaglie di Teruel e la resistenza a Caspe, Alcaniz, Tortosa e sull’Ebro. Durante l’ultima controffensiva sul fiume, la Garibaldi fu decimata. Uno studio ricorda che solo il 7% dei combattenti delle Brigate internazionali uscì completamente indenne dalla guerra.

 Lo storico Pierre Vilar conclude così il suo libro “La guerra di Spagna” (Editori Riuniti, 1996): “Come non classificare l’episodio delle Brigate tra i grandi momenti (l’ultimo?) di uno dei grandi sogni del XIX secolo: il sogno internazionalista?”.

Oggi saremmo capaci di spezzare l’egoismo e l’indifferenza che ci soffoca?

Propongo anche alcuni video con due famosi canti popolari della Repubblica:

http://www.youtube.com/watch?v=x6miDvc52yU

http://www.youtube.com/watch?v=Cq8LFWUzOK4

e un documentario sulle Brigate Internzionali

http://www.youtube.com/watch?v=UR1CZ99xxPA

 

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