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Anniversari: a sessant'anni dal Congresso per la Rinascita della Sardegna

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peppino_marottoIl 6 e il 7 maggio del 1950 si svolse il Congresso per la rinascita economica e sociale della Sardegna.  L’iniziativa era stata promossa il 6 gennaio dalle Camere del lavoro delle tre province esistenti all’epoca (Sassari, Nuoro e Cagliari) e fu preparata con 31 convegni locali e di categoria che dibatterono, per la prima volta, lo schema di un Piano organico per la rinascita sarda predisposto da un comitato promotore.

In quei due giorni un migliaio di delegati e circa tremila invitati affollarono il teatro Massimo di Cagliari. Lavoratori, sindacalisti, donne, intellettuali, rappresentanti delle istituzioni, delle forze sociali, dei partiti di opposizione davano vita a un tentativo di unificazione programmatica e non meramente propagandistica delle esigenze del popolo sardo.

Un convegno di proposta e anche di combattimento, colorato dalle rappresentanze dei territori: “centinaia di donne e di giovani sardi – si legge negli Atti del congresso stampati nel settembre 1950 in un volume a cura del Comitato promotore per la Rinascita della Sardegna – che indossavano i costumi tradizionali della Barbagia e del Campidano hanno recato al Congresso doni simbolici ed azzurre bandiere di pace. Altre bandiere di pace hanno recato le giovani staffette dei centri minerari precedendo il lungo corteo di mille operai di Carbonia e di Iglesias che venivano al Congresso portando a spalla i pesanti strumenti del loro lavoro”.

Il congresso, nasce sull’onda delle battaglie autonomistiche e salda quelle dei minatori e dei braccianti in un’idea non puramente assistenziale dello sviluppo sull’onda del piano economico lanciato dalla Cgil nazionale guidata da Di Vittorio. L’obiettivoè anche quello di arginare allo stesso tempo il cupo clima repressivo del centrismo. Si punta sulla generosità sarda: gli organizzatori mettono in grande evidenza che “i sugherieri di Tempio hanno donato una grande immagine della Sardegna intagliata nel sughero; i pescatori di Olbia pelli di pesce conciate e colorate; gli operai della Doglio di Cagliari un aratro. Gli operai della Chicca e Salvolini di Cagliari, i minatori di Monte Agruxiau e i pionieri di Iglesias hanno offerto oggetti e viveri per i carcerati politici; gli artigiani di Gairo un prezioso intaglio; la cooperativa La Popolare di Quartu un contributo in denaro”.

L’intento è di realizzare un’iniziativa quanto più larga e unitaria possibile. Alla presidenza vengono chiamati tra gli altri i senatori Emilio Lussu, Velio Spano e Renzo Laconi, il vice presiente del consiglio regionale Giuseppe Asquer, i consiglieri regionali Giovanni Lay – già compagno di carcere di Gramsci – Giovanni Ibba, il membro del comitato esecutivo della federazione minatori Pietro Cocco, Mario Delrio del circolo ingegnieri e architetti sardi, Fulvio Sanna della Confederterra di Sassari,  i segretari delle Camere del lavoro di Sassari, Flavio Sechi e di Nuoro, Luigi ledda,  Armando Congiu, il consigliere regionale Nino Marras, Girolamo Sotgiu, il vice segretario della Cgil Vittorio Foa, Luigi Longo deputato comunista e comandante generale del Corpo Volontari della libertà.

E ancora Giorgio Amendola, Achille Corona, Mario Berlinguer, Luigi Polano, Nadia Spano, Joice Lussu, Bianca Sotgiu, Ranuccio Bianchi Bandinelli, Salvatore Dettori presidente dell’Associazione pastori di Sassari, Alfredo Torrente, Achille Prevosto e Luigi Pirastu.

lussu-vecchioEmilio Lussu (nella foto) aprendo i lavori collega idealmente il Congresso ai momenti più alti della storia sarda. E cita “Giovanni Maria Angioy che, fin dal XVIII secolo, con i contadini e i pastori portò il popolo sardo ad affermare che la terra non era dei baroni ma del popolo sardo. Fu l’iniziativa popolare che pose il problema. Era chiaro, non potevano porlo i baroni”. Lussu si ispira ai moti antifeudali ma anche alla Brigata Sassari “che ha visto, come mai prima l’unità dei contadini e dei pastori sardi” e spiega che “oggi riprendiamo il cammino più forti” .

Il congresso si apre in un momento di acuta tensione segnata dalla Guerra Fredda e dall’arretratezza del Paese, alla vigilia di grandi trasformazioni industriali e dell’apparato produttivo.  In Italia alla massa enorme di disoccupati (circa 2 milioni di persone) si aggiungevano un milione di sotto occupati in agricoltura. La divisione del mondo in blocchi contrapposti, la dottrina Truman che poneva il nostro Paese nella condizione di “sovranità limitata” grazie ai cospicui aiuti del Piano Marshall (oltre un miliardo di dollari), l’anticomunismo come ideologia di Stato e una forte  fase di repressione anti sindacale rappresentano i tratti distintivi del periodo.

Gli aiuti Erp e la liberalizzazone degli scambi con la riduzione delle tariffe doganali diedero impulso e stimolarono la ripresa del capitalismo industriale. Condizioni più imposte dall’esterno che dalle politiche timide dei governi Dc dell’epoca che, tuttavia, sfruttarono il basso costo della manodopera italiana.

Dopo l’espulsione dal governo nel 1947, il Pci e il Psi tentarono di arginare la spinta repressiva imposta da Scelba e di contrastare la restaurazione del potere economico di una certa parte della borghesia italiana. Una lotta di “resistenza” che coinvolse anche la Cgil, pur indebolita dalle due scissioni filo atlantiche del 1948 e del 1949. L’anno prima, il leader della Cgil Di Vittorio lancia al II congresso di Genova il celebre Piano del lavoro che in sintesi propugnava la nazionalizzazione delle aziende  elettriche monopolistiche, la costituzione di un ente nazionale per la bonifica e le trasformazioni fondiarie, la costituzione di un ente nazionale di edilizia popolare per costruire case popolari e la realizzazione di un vasto programma di opere pubbliche.

Ricorda lo storico Giorgio Candeloro che “in sostanza il piano del lavoro non proponeva mutamenti strutturali della società italiana… ma chiedeva un accrescimento e un indirizzo sistematico della spesa pubblica per fini di progresso civile  e di sviluppo economico compatibili con le regole generali del sistema capitalistico”.  De Gasperi respinse il piano che giudicò inattuabile.

renzo_laconiNella relazione introduttiva del Congresso della Rinascita, Renzo Laconi (a fianco lo splendido ritratto di Cici Peis) inserisce la questione della Sardegna, pur con le sue specificità, all’interno del movimento che chiede la realizzazione del Pino del lavoro. E Laconi, anzitutto, disegna un quadro dell’isola dai toni cupi.

I dati sono impressionanti: nel 1949 i disoccupati stabili erano 45.435, cresciuti di 20 mila unità con un ritmo di licenziamenti di 1700 al mese. “Ogni lavoratore sardo – afferma Laconi – ha a carico in media circa due (1,8) persone che non lavorano. La disoccupazione di 45.435 lavoratori si ripercuote quindi su altre 90 mila unità improduttive e viene a togliere i mezzi di sostentamento a oltre 135 mila persone, più di un decimo della popolazione dell’isola”.

Il 27 ottobre su sollecitazione della Cgil il consiglio regionale aveva approvato un piano di emergenza che impegnava la giunta ad attuare una serie di misure per l’occupazione. Su queste basi le camere del lavoro danno vita al convegno del 6 gennaio per unificare le lotte territoriali e costruire un piano di rinascita sardo.

Ci sono in Sardegna “aspetti particolari” e problemi “più profondi e organici che non sarebbero risolti neanche col piano della cgil” ammette Laconi insistendo sulla crisi isolana definita “più sorda” di quelle delle altre regioni. Oltre al dato della disoccupazione stabile e di quella stagionale si aggiunge la descrizione della Sardegna “come è, viva e vera: i deserti della Nurra, del Basso Sulcis, della Baronia, la scarsezza delle linee ferrate e delle strade, il misero aspetto dei nostri paesi chiusi nel loro isolamento ed immutati da secoli”.

Una narrazione realistica confermata da dati statistici che decrivono la situazione reale del 1950. Si comincia con le questioni basilari, gli acquedotti: 60 comuni ne sono privi, 130 lo hanno incompleto o insufficiente, 120, compresi i tre capoluoghi di provincia, non riescono ad assicurare l’acqua nelle case in estate. Sono senza fognature 215 comuni e 38 le hanno incomplete. Mancano i cimiteri in 77 centri abitati e in 48 sono insufficienti. E ancora: 222 comuni senza mattatoio, 215 privi di mercato, 40 senza energia elettrica. La Sardegna aveva 0,195 km di strade per kmq contro un massimo di 0,925 in Emilia e un minimo di 0,275 in Basilicata. (media nazionale km 0,566).

Una situazione di arretratezza, dove un bracciante agricolo era pagato 300 lire per cento giorni e disoccupato per il resto dell’anno e con l’emigrazione che svena l’isola: nel gennaio 1949 gli abitanti erano 1.234.000 (51 per kmq), un deserto.

Il piano di Rinascita punta a una nuova distribuzione della proprietà fondiaria, la trasformazione agraria con il godimento di terra strappate agli agrari assenteisti, il popolamento e la bonifica. L’altro aspetto riguarda l’irrigazione, lo sviluppo delle miniere, delle industrie di trasformazione, il ruolo nuovo delle aziende di allevamento.

Si tratta di un vero e proprio programma di governo delle emergenze e per avviare una rinascita che nelle condizioni della sardegna appare “rivoluzionario”. Ma non è facile attuarlo, per l’ostracismo del governo nazionale dal punto di vista programmatico che politico. La Dc oppone spesso ai movimenti bracciantili e di pastori le armi della repressione. Proprio nei giorni del convegno sono in carcere notissimi dirigenti sindacali e della sinistra sarda: tra gli altri Sebastiano Dessanay, Antonio Francesco Branca, Alfredo Torrente e Achille Prevosto.

Altre relazioni affrontano nel dettaglio le questioni della Rinascita. Basilio Cossu interviene sulle prospettive per l’agricoltura, Mario Ruggeri e Salvatore Fois affrontano la questione dell’energia, Mario Del Rio i trasporti.  Intervengono successivamente Francesco Ceraboni (comitato per la Rinascita del mezzogiorno), Mario Berlinguer (federazione pensionati), Luigi Cacciatore (Cgil), Mario Azzena (comitato regionale trasporti marittimi), Luigi Longo (Pci), Antonio Bua, Achille Corona (Psi), Alessandro Nanni (pescatori e pastori di Olbia), Bartolomeo Sorgiu (Psd’Az), Salvatore Dttori (associazione pastori di Sassari) e Leonida Repaci.

La ricchezza del congresso viene esaltata dai memoriali e dalle mozioni presentate da numerose realtà territoriali e produttive: dagli autoferrotranvieri agli artigiani di Sassari, dai metallurgici di Cagliari ai pastori di Abbasanta, dalla cooperativa L’Economica di Villacidro ai pastori di Cuglieri. Sino alla Federterra di Nurri, alla coop la Peschereccia di Assemini, ai pastori di Meana sardo, alla Lega contadini di Arcidano e a quella dei braccianti di Serramanna.

velio_spano-1Velio Spano (foto) presenta la mozione conclusiva spiegando che il congresso “voleva essere ed è stato una grande parola di fiducia nell’avvenire della Sardegna e una grande parola di fiducia nelle nostre forze che saranno artefici dell’avvenire della Sardegna”.  La mozione difende gli istituti autonomistici e indica le linee generali di un piano di rinascita e di sviluppo.

Dopo l’elezione del comitato regionale del Movimento per la Rinascita (tra gli altri vi fanno parte Lussu, Spano, Laconi, Asquer, Lay, Tocco, Borghero, Cocco, Fulvio sanna, Prevosto, Congiu) conclude i lavori Emilio Lussu..

Anche il mondo sindacale del “continente” segue con attenzione i lavori del Congresso partecipando alle assise ed esprimendo solidarietà. La  delegazione della Camera del lavorodi Ravenna offre 30 mila lire, quella delle Officine Galileo di Firenze 100.000, da Genova si asupica che il popolo sardo sia “unito”, gli operai di Mirafiori e le donne dell’Udi di Torino ricordano che i lavoratori piemontesi “attraverso la voce dei bambini sardi ospitati a Torino hanno udito la voce delle miserie e delle sofferenze” e, nel nome di Gramsci, “riaffermano l’alleanza tra operai di Torino e lavoratori sardi” offrendo 100 mila lire e le vacane per altri cento bambini. Le delegazioni delle Camere del lavoro di Reggio Emilia e Milano offrono ciascuna 50 mila lire e quelle di Ferrara e Bologna esprimono grande solidarietà.

Il Congresso è anche una festa. La notte del 6 in teatro si svolge uno spettacolo con i cantori estemporanei Ninniri di Thiesi e Sassu di Banari, il cantante e suonatore di chitarra Laconi, il complesso dei Canterini di Aggius, i suonatori di launeddas Melis, Lara e Lay, la Brigata artistica sarda diretta da Girau e l’orchestra del Teatro Massimo diretta dal maestro Marcucci.

Nella serata conclusiva nuova festa popolare in piazza del Carmine e comizio di Emilio Lussu, Leonida Repaci, Velio Spano, Giorgio Amendola, Achille Corona e Luigi Longo.

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