Alle 4 del mattino la Lancia della federazione comunista di Ferrara è parcheggiata in via Ripagrande. Al posto di guida è seduto Bruno Bertacchini, l’autista del Pci locale. Bertacchini guarda impaziente dai finestrini appannati in attesa di qualcuno che deve arrivare. Finalmente il portone del numero civico 21 si apre e una lama di luce si proietta sulla strada debolmente illuminata. L’uomo che si avvicina all’auto indossa un cappotto pesante e nelle mani stringe la custodia della sua Lettera 32. Giorgio Gandini, un giovane giornalista comunista di 28 anni, sale nella macchina. Si salutano con gli occhi gonfi di sonno. Gandini non ha perso il suo proverbiale buon umore e la voglia di scherzare anche se una valanga gli è precipitata addosso. Lui però tiene duro, fedele alla massima di Lenin secondo il quale le caratteristiche di un rivoluzionario devono essere la pazienza e l’ironia. Almeno la seconda non gli manca di certo. Insieme cominciano un lungo viaggio verso Milano.
Quella mattina gelida del 7 ottobre 1956, Giorgio Gandini comincia a percorrere la strada dolorosa ed esaltante dell’espatrio, una scelta di vita obbligata. Inseguito da due mandati di cattura a causa delle condanne a sei-sette anni di carcere per vilipendio al governo, alle forze di polizia e istigazione a delinquere è costretto a lasciare l’Italia con destinazione Praga, la capitale di uno dei paesi del cosiddetto socialismo reale: la Cecoslovacchia.
Gandini è un giornalista brillante e tagliente. Di famiglia antifascista, giovanissimo partigiano della Brigata Garibaldi “Bruno Rizieri”, fonda a Ferrara nel 1947 con altri giornalisti l’Associazione Stampa. Nel frattempo diventa prima redattore e poi direttore responsabile fino al 1956 del settimanale della federazione comunista la Nuova Scintilla, un organo di stampa combattivo e di controinformazione. Fino al 1953 è anche il corrispondente dell’Unità dal ferrarese.
Gandini non le manda a dire. Scrive in difesa dei braccianti del Delta Padano, racconta le bestiali condizioni di vita di quella gente, descrive le violenze della polizia e dei carabinieri. In quegli anni davvero di piombo, le forze dell’ordine di Scelba sparano. E uccidono persone inermi nel Ferrarese come Ercolei, Margotti, Mazzoni, Fantinuoli. Un clima tremendo segnata da fame e repressione costellata da centinaia di arresti e migliaia di feriti.
Finisce nel mirino. E’ conosciuto, non fa sconti. La sua è una penna affilata. In quell’epoca da una parte c’è il Pci, dall’altra gli agrari e la Dc. Due mondi contrapposti che si guardano in cagnesco divisi da concreti interessi di classe. Non c’è molto spazio per zone grige o terzismi. Gandini subisce una raffica di processi per direttissima e diverse condanne. Dicono di lui che ha “un’intelligenza subdola per attizzare i braccianti ignoranti”. (nella foto, a destra, mentre intervista proprio un bracciante negli Anni Cinquanta)
“Nella sede della Dc. Nacque lì la vera decisione di farmi espatriare” racconta oggi Giorgio Gandini, classe 1928, seduto con la moglie Lori nel divano del salotto della sua casa piena di libri, quadri e ricordi di una vita di battaglie. “Ero amico di Gilberto Formenti, allora direttore della Gazzetta Padana il giornale degli agrari. Mi telefonò proponendoci di vederci. Venne a prendermi a casa, in via Ripagrande 21. Mi disse: hai troppe condanne, ora cade la condizionale e ti arrestano. Ti porto dal prefetto dove troverai anche il segretario della Dc. Tu dovrai dire in loro presenza soltanto di aver esagerato e vedrai che sarai assolto nella prossima udienza. Che cosa ti costa?”.
Com’è andata a finire ora lo sappiamo. Giorgio Gandini non si piega ma non vuole subire una carcerazione che considera ingiusta, una ritorsione dei nemici di sempre, di quella odiatissima classe degli agrari assenteisti e sfruttatori.. Il Pci decide che Giorgio deve cambiare aria. Allora succedeva così: il partito comunista tutelava quegli iscritti particolarmente esposti e sottoposti alle persecuzioni. Ex partigiani, giornalisti, amministratori locali, militanti operai venivano aiutati a lasciare l’Italia che viveva sotto il tallone di un centrismo che non dava respiro e che si stava preparando al boom economico.
“Andai con Italo Scalambra, all’epoca segretario della federazione comunista, a Botteghe Oscure sede della direzione nazionale a Roma. Parlammo con Sergio Segre e Pietro Ingrao. Ricordo che quest’ultimo si dichiarò in disaccordo con l’idea di farmi abbandonare l’Italia. L’incontro più importante fu con Aldo Lampredi, il partigiano Guido, l’uomo che con il colonnello Valerio aveva giustiziato Mussolini. Lui andò subito al sodo ma chiese di proseguire la nostra conversazione fuori dagli uffici della direzione. Ci ritrovammo così in un bar di Largo di Torre Argentina. Lampredi si fece consegnare anzitutto le mie tessera del Pci e dell’Anpi. Il partito ufficialmente non c’entrava nulla, non doveva assolutamente restare coinvolto. Mi domandò quale nome volessi scegliere per la mia nuova vita. Ci pensai un istante, il partito aveva esaurito la scorta di Rossi, Verdi, Bianchi. Dissi: Michele Valle, per collegarmi idealmente con i braccianti delle valli di Comacchio e del Delta. Lui prese nota e ci disse di tornare a Ferrara, si sarebbero fatti vivi in breve tempo”.
Alle 4 del mattino del 7 ottobre 1956 un’auto attraversa una Ferrara gelida e deserta. Alla guida c’è Bruno Bertacchini, al suo fianco Giorgio Gandini. La destinzione è Milano. Luogo dell’appuntamento con Aldo Lampredi, la stazione centrale di Milano nella sala dove è esposto un vero piroscafo. Il viaggio procede semza intoppi ma, arrivati alle porte di Milano, Giorgio chiede di scendere dall’auto. La prudenza non è mai troppa e bisogna rispettare le vecchie regole della clandestinità. Anzitutto accertarsi di non essere seguiti. Saluta Bruno con un abbraccio, chissà quando si sarebbero rivisti un’altra volta.
“Prendo un tram per la stazione. Ma due-tre fermate prima scendo all’ultimo istante. Poi salto su un altro tram e compio la stessa operazione per altre due volte. Precauzioni. Finalmente arrivo alla stazione e, nell’antisala con il piroscafo, vedo Lampredi (nella foto a fianco) con il suo caratteristico impermeabile bianco. Sono le 10,30, siamo puntuali entrambi, questa è la prima regola. Non si sarebbe potuto attendere nemmeno un minuto di ritardo Basta un sguardo d’intesa, facciamo finta di non conoscerci. Imbocchiamo lo scalone, lui avanti e io a una certa distanza. Usciamo dalla stazione e saliamo su un tram. Dalle parti di porta Vittoria scendiamo. Aldo entra in un portone, lo seguo fino al secondo piano. Bussa ad una porta e ci apre la porta una compagna anziana che era stata staffetta partigiana. Era stata avvertita già dal partito. Mi saluta e mi lascia solo.
“L'indomani vengono a prendermi in consegna due compagni. In treno arriviamo a Varese dove ero stato inviato dal partito dopo la Liberazione per aiutare i compagni a confezionare un giornale. Breve sosta e ci dirigiamo verso il confine con la Svizzera”.
“Ci incamminiamo a piedi con un compagno nei boschi della zona. Il confine è chiuso da una rete altissima. Prima di passare sotto la rete, il compagno mi dice di seguire il sentiero nel bosco fino a un’osteria in territorio svizzero. Dopo un paio di chilometri la trovo. Busso, nessuno risponde e allora entro. L’osteria in realtà è un magazzino pieno di scatole di sigarette e di rasoi elettrici Philips, quelli a una testina che si usavano all’epoca”.
“Comincio ad allarmarmi quando arriva improvvisamente una persona. Sei già qui, mi chiede proponendomi anche di prendere un rasoio. No gli dico, se mi beccano pago anche per questo. Se ti fermano, replica quello, in galera ci vai con o senza rasoio. Poco più avanti ci attende una Wolkswagen con la quale ci dirigiamo a Lugano. Abbiamo appuntamento alla stazione dove già ci aspetta Aldo Lampredi. Come a Milano non ci scambiamo nessun cenno d’intesa. Lui mi precede all’interno della stazione e scende ai servizi igienicii.Mentre oriniamo fianco a fianco mi consegna il passaporto”.
“Mi adiro quando osservo il documento contraffatto con più attenzione. Chi è stato quel cretino a farlo, si vede che è falso! Il questore firma sempre con la stilografica e non con la biro. Aldo mi guarda e mi risponde calmo: il ponte ormai è passato, non puoi tornare indietro. Comincia un muovo viaggio questa volta in treno con destinazione Zurigo. Mi accompagnano a casa di un compagno che, a dire il vero, non ci accoglie molto cordialmente. La notte però passa in fretta e l’indomani mattina mi portano in auto all’aeroporto. La regola era quella di imbarcarsi alla terza chiamata per dare meno tempo ai poliziotti di controllare il passaporto. Gli altoparlanti chiamano Michele Valle una volta, due volte. Alla terza mi precipito al controllo dove consegno il passaporto. Lo guardano rapidamente, è’ tutto in regola. Mi imbarco sull’aereo per Praga. Da quel momento mi sento davvero solo”.
All’aeroporto di Praga Giorgio Gandini-Michele Valle consegna il passaporto al controllo. L’altoparlante chiama i passeggeri uno per uno. Trascorre il tempo e la sala d’aspetto si svuota. Il giovane giornalista italiano, descritto da Giuseppe Fiori nel suo libro “Uomini ex” (Einaudi 1993) come persona con “una luce arguta negli occhi limpidi” , aspetta con un’ansia crescente il suo turno. Quando la sala viene chiusa per mancanza di passeggeri, Gandini bussa allo sportello e in francese chiede notizie. Un impiegato dietro il vetro alza la testa e lo guarda.
“Gli chiedo di riavere il mio passaporto. Quello poggia ancora lo sguardo sul documento che ha ddavanti. Risponde no dobry, non buono. Lo so, gli rispondo. Chiude ancora lo sportello. Preoccupato busso nuovamente e lui mi ripete no dobry pass. Finchè dopo le mie nuove insistenze mi chiede: che cosa fai qui, dove devi andare? A quel punto rispondo senza pensarci troppo: vado al comitato centrale del partito. L’uomo allora cambia espressione. Mi dice di aspettare ancora. Trascorrono pochi minuti e ritorna: mandano subito l’auto, mi dice”.
Non passa molto tempo e di auto ne arrivano due. Dalla Tatra-Plan nera scende Bianca Vidali, figlia di Vittorio il comandante Carlos della guerra di Spagna e moglie di Franco “Gemisto” Moranino (nella foto a fianco), capo dei comunisti italiani in Cecoslovacchia. “Ti aspettavamo da tre settimane mi dice Bianca. Per lei sono già Michele Valle, mi sarei abituato ad essere chiamato così. Mi portano a Praga all’hotel del partito, un albergo lussuoso vigilato dalla polizia. Trovo un ambiente fantastico. In quei giorni c’era anche Dolores Ibarruri, la “pasionaria” spagnola e altri dirigenti comunisti di mezzo mondo”.
“Resto in quell’albergo per tre settimane. Si mangiava bene, aperitivi e antipasti, primo e secondo, sigarette. Chiedo però di andare a vivere con gli altri compagni italiani. Mi accontentano e mi trasferisco a villa Nad Nuslemi. Eravamo in 18 con un solo bagno, tutti italiani. Braccianti, operai, artigiani. Quasi tutti ex partigiani. Fuorisciti in Cecoslovacchia erano poco meno di cinquecento, impossibile conoscerli tutti perché erano sparsi in diverse località. La commissione del Pci era diretta da Franco Moranino, un duro ma con momenti di grande cordialità”. Col nome di battaglia di Gemisto, il vercellese Moranino era stato comandante della 12esima Garibaldi nel Biellese. Nel dopoguerra era stato costretto a fuggire dall’Italia vittima di una macchinazione: era stato accusato di aver liquidato cinque persone, cinque spie. All’epoca era stato eletto deputato e doveva scontare un ergastolo. Fu poi completamente scagionato per quell’azione di guerra e morì d’infarto nel 1971.
“Nella comunità italiana ne succedevano di tutti i colori compresi matrimoni senza documenti. C’era il lavoro, la scuola quadri del partito, il tempo libero da trascorrere in compagnia o studiando. Io lavoravo a “Oggi in Italia”. Era la radio che smentiva le balle che la Rai propinava agli italiani. Cinque edizioni giornaliere di mezz’ora. Io scrivevo corsivi e commenti che contestavano punto per punto la Rai democristiana. Avevamo milioni di ascoltatori. Lavoravamo con le agenzie di stampa straniere e io traducevo rapidamente i dispacci della Tass, della Reuter, della France Press e della ceca Ctk”.
“L’estebè, la Stb, i servizi segreti cecoslovacchi non potevano nemmeno entrare nella nostra radio. Lavoravamo con una certa autonomia spinti dalla passione per la missione che dovevamo compiere: la controinformazione. A “Oggi in Italia” resto cinque anni. Nel frattempo comincio a collaborare con la federazione sindacale mondiale e al giornale “Terre e travail”. Il presidente della Fsm era un italiano, Vincenzo Galetti, del quale diventai amico, uomo di grande capacità e simpatia. A Praga ricordo Quagliarini, Enzo Roggi, Martini di Ravenna, Sereni, Natalino Buratto, Giulio Paggio della Volante Rossa e altri.”
Nel 1959 accade un episodio che potrebbe dare una svolta alla vita di Giorgio. "Moranino mi dice che è stata concessa una larga amnistia. Ci sei anche tu, mi comunica. La procedura per goderne è quella di presentarsi all'ambasciata italiana, avere il foglio di via che avrebbe determinato comunque l'arresto in Italia per la prova evidente dell'espatrio clandestino di tre anni prima".
Nell'ottobre del 1959 insieme a Vanni, comandante della Osoppo e Martini, un partigiano di Ravenna, sale sul treno per Vienna. "Ci sediamo in posti separati ma vicino a me si accomoda un personaggio con una pesante borsa di pelle a tracolla. Mi racconta di fare l' idraulico e che sta andando nella capitale austriaca per aggiustare un tubo. Naturalmente non la bevo. Lui è socievole e divide con me, Vanni e Martini le focacce di ricotta e marmellata".
Al confine il treno si ferma per far salire le guardie austriache. Tre poliziotti controllano i nostri passaporti con estrema attenzione. Questa volta non ero nè Gandini nè Valle, ma un certo ingegner Valentini. A quel punto il presunto idraulico mette la borsa sulle ginocchia e la apre. Lancia uno sguardo d'intesa con i tre agenti che salutano e se ne vanno restituendoci i passaporti".
"Alla stazione Franz Joseph Bauhof di Vienna dobbiamo incontrare il nostro contatto. Per riconoscerci entrambi dovevamo mostrare il quotidiano del Pcc, Rude Pravo. Il nostro uomo arriva, è un austriaco che parla spagnolo. Su una Tatra-Plan attraversiamo Vienna nel pomeriggio inoltrato e ci fermiamo fuori città in una sorta di castello requisito ancora dall'Armata Rossa. Il compagno, che aveva combattuto nelle Brigate internazionali in Spagna, mi conegna un biglietto con le istruzioni".
Gandini e gli altri due italiani restano nel castello austriaco una settimana. "Stavamo come in una prigione. I camerieri non diciavano una parola e noi non potevamo nemmeno passeggiare nell'ampio parco attorno alla residenza. E' il nostro referente che ci toglie d'impaccio accompagnandoci in treno fino a Zurigo. In albergo troviamo, ancora una volta, il compagno Aldo Lampredi".
L'inviato di Botteghe Oscure comunica che si parte l'indomani. "Di buon mattino prendiamo il treno per Lugano dove troviamo ad attenderci due italiani che fanno gli spalloni, i contrabbandieri. Nuova tappa a Mendrisio e poi ci portano verso l'Italia, in montagna. Finiamo nel bel mezo di una esercitazione dell'esercito svizzero e dobbiamo nasconerci per un po'. Finalmente dalla parte italiana, da uno stradello compare un'auto con tre persone a bordo. Ci chiamano a gran voce e io sul momento mi insospettisco. In realtà si tratta solo di compagni chiassosi".
I tre italiani vengono accompagnati a Milano dove Gandini e Martini prendono un treno per Bologna. la federazione del capoluogo emiliano mette a disposizione un'auto per accompagnarli rispettivmente a Ferrara e a Ravenna.
"Dopo tre anni tornavo nlla mia città! Avvertivo una grande emozione ma rimasi pruente. Mi recai direttamente alla sede del partito dove incontro ancora una volta Italo Scalambra. Mi guarda con gli occhi sbarrati. perché sei qui a Ferrara, mi chiede allarmato. Come, rispondo, ma non c'è l'amnistia? In realtà questo provvedimento ancora non è operativo e lui mi spdisce a casa el compagno Giovannino Guerzoni dove rsto chiuso per dieci giorni".
Insieme a Pino Ferrari, già comandante partigiano della piazza di Ferrara, Gandini viene accompagnato alla cancelleria del tribunale per costituirsi. Quando sce da quegli uffici è un uomo libero. Per qualche giorno assapora la gioia di passeggiare in piazza tra il Listone e il Castello. Quando una mattina, un poliziotto in borghese lo ferma e gli comunica che il dottor Zappone, allora vice questore, vuole parlargli.
"Zappone nel suo ufficio mi saluta molto cordialmente e mi chiama Michele Valle. Mi chide dove sono stato e io gli dico in una bella villa al mare. Sapevano tutto. Poi mi comunica che non mi darà il mio passaporto, quello vero, perché ci sono ei problemi. uscito dalla questura mi precipito in federazione. Scalambra capisce subito che qualcosa non va e che sono ancora molto esposto".
L'indomani mattina Gandini e l'ex gappista medaglia d'argento Italo Scalambra sono a colloquio a Roma negli uffici di Botteghe Oscure con Salvatore Cacciapuoti, membro della commissione di controllo. "Cacciapuoti mi dice subito: devi tornare a Praga, c'è bisogno di te. E così ricomincia tutta la trafila. Nel gennaio del 1960 riparto da Ferrara destinazione Praga".
La prima tappa è a Milano per il solito appuntamnto con Aldo Lampredi. "Ho anche un incarico: portare in Cecoslovacchia un pacchetto. Vale a dire accompagnare in cecoslovacchia un ex partigiano di Padova. Stavolta il viaggio è in treno. Arriviamo così a Praga. Non sarei tornato in Italia che trdici anni più tardi".
“Comincio a lavorare a “Radio Praga”, invento e curo la rubrica “Il giornale della siesta”. A quell’epoca comincia la diffusione delle radioline a transitor giapponesi e ci ascoltavano dovunque. Ci arrivò anche una lettera delle suore di val Malenco con un’offerta. Nel 1961 approdo al “Czechoslovak Life”, un’importante rivista, di cui divento il capo redattore dell’edizione italiana”. (nella foto a fianco Gandini a Praga).
“Nel 1965 dopo aver letto il romanzo “Chi piange per Giorgio”, svolgo una grande inchiesta per conoscere la reale identità di Giorgio, un soldato cecoslovacco che si era unito ai partigiani di Argenta ed era sepolto in Italia senza che si conoscesse il suo vero nome. Volevo creare un ponte nel nome dell’antifascismo tra italiani e cecoslovacchi. Lancio un appello sulla rivista e veniamo sommersi in poco tempo dalle fotografie.. Io le spedivo al compagno di Argenta Delle Vacche, che poi sarebbe diventato sindaco, e lui mi rispondeva. Quando pensavamo di non riuscire più nell’impresa, ricevo una telefonata che mi mette sulla giusta strada: un certo Barbanera mi dice che il partigiano caduto ad Argenta si chiama Ivrai. Scopriamo anche il suo cognome: Basnar”.
“Accompagnato da un tenente donna della polizia e da un operatore televisivo ci rechiamo nel paese slovacco di nascita del soldato. Parliamo con diverse persone, chiedo notizie finchè un fotografo mi porge un’immagine. Mando la foto ad Argenta e mi dicono: si è lui. Il sacrificio del partigiano Ivrai è stato così ricordato, quel caduto ha avuto un nome e un cognome”.
Un filo di inquietudine attraversa spesso la comunità italiana. Quella di essere scaricati dal paese ospitante nel gioco tragico e gigantesco della guerra fredda. Se gli americani chiudono le trasmissioni di “Europa Libera” i sovietici faranno altrettanto con “Oggi in Italia”? Nel frattempo a Giorgio accade un inquietante episodio. Lo convocano al partito e gli chiedono se conosce una certa Olga Svehla. Giorgio cade dalle nuvole: gli mostrano però una busta indirizzata a quel nome trovata nella sua cassetta postale. All’interno c’è una cartolina e uno strano codice B512 Z421 R240. Gli chiedono spiegazioni e lui insiste di non saperne nulla, che non conosce nessuna Olga Svehla.
“Sono guardato con sospetto, pensano che io sia diventato improvvisamente un agente dell’imperialismo o una spia di qualche servizio segreto. Mi mettono sotto torchio per settimane, mi sottopongono anche al partito a un processo kafkiano. Di mezzo c’è la comunità italiana e i servizi di sicurezza cecoslovacchi. Fui riabilitato dal Pci più tardi con una lettera ufficiale di Salvatore Cacciapuoti della presidenza della commissione centrale di controllo”.
La Cecoslovacchia ospitò e addestrò terroristi oltre che i fuoriusciti italiani agli inizii del Settanta? “Mai sentito parlare di questo. Se avessimo saputo qualcosa di terroristi certamente saremmo intervenuti nel modo più deciso possibile”. Giorgio intanto lavora e studia storia e filosofia all’Università carolina di Praga.
Poi nel 1968 arriva la svolta. Il Pci guardava con grande simpatia alla Primavera di Praga e al suo leader, il segretario comunista Alexander Dubcek. Quando le truppe dell’Armata rosa e del Patto di Varsavia entrano in Cecoslovacchia, Gandini e i comunisti italiani non hanno dubbi. “Decidiamo di trasmettere clandestinamente per raccontare ai cechi e agli italiani la verità. Con francesi, tedeschi, inglesi spiegavano alla radio che cosa stesse accadendo nelle strade di Praga. Ci passavamo il microfono l’uno all’altro ogni dieci minuti. Durò una settimana poi fummo chiusi”.
Il cambio di situazione politica e di clima è evidente. Repressione e normalizzazione. Gandini resta a “Czechoslovac Life” tentando di fare il suo lavoro nell’unico modo che conosce: scrivendo senza incensare i nuovi potenti. Gli censurano però alcune pagine di un colloquio tra Longo, allora segretario del Pci e Dubcek al quale aveva partecipato come interprete. E’ un nuovo colpo. Ma Giorgio si sente un rivoluzionario di professione, un comunista italiano che ha studiato Gramsci: non cede. Il 1 dicembre 1968 pubblica sulla rivista un editoriale intitolato “Un anno veramente bisestile”. Scrive del socialismo dal volto umano, del partito comunista di Dubcek, cita i mille semi che il vento diffonderà ovunque moltiplicandoli. E’ troppo per le nuove autorità. Giorgio Gandini viene espulso dal partito comunista cecoslovacco (aveva la doppia tessera) e per lui da quel momento la vita sarà più dura. Vivrà di scritti e traduzioni finchè il Pci lo richiama finalmente in Italia.
Rientra nel 1973. Lo accolgono i compagni con una festa nella casa del popolo di San Giovanni in Persiceto. Per lui è pronto un lavoro importante a Roma dove dirigerà sino al 1985 il giornale “La cooperazione italiana”, organo della Lega.
Se parlate con Giorgio lo troverete sempre acuto e preparato, senza mai un cedimento se non talvolta alla nostalgia dolorosa di quando in Italia c’era un grande partito che aveva l’ambizione di fare la storia.
































