
Non è la prima volta, e non sarà l’ultima, che la Resistenza e l’anniversario della Liberazione vengono messi nel mirino. Revisionisti storici, se non negazionisti integrali, puntano da decenni a sminuire e a rendere ininfluente dal punto di vista militare e politico l’apporto delle formazioni armate e dei partiti clandestini nella sconfitta del nazi-fascismo.
I tentativi di ridimensionare il ruolo della Resistenza hanno degli obbiettivi politici. Il primo scopo è quello di spezzare la traiettoria storica che collega direttamente la lotta di liberazione alla definizione della Costituzione repubblicana. Interrompere quel rapporto vuol dire rimettere in discussione i principi fondativi della Carta.
L’altro obiettivo è che, se proprio si deve ricordare il 25 aprile, lo si può fare dividendo i partigiani in buoni e cattivi. In democratici e totalitari. Intendendo come arruolati nella seconda categoria i comunisti.
La Resistenza italiana è stata un fenomeno peculiare in Europa. Anzitutto perché fu un movimento di massa, non legato solo a elite illuminate ma che coinvolse larghi strati di popolazione. La guerra di Liberazione ebbe una profondissima ramificazione sul territorio e il sostegno della popolazione. Non fu guerra civile ma la lotta di un popolo contro l’invasore e i suoi collaborazionisti.
Per questo motivo fu combattuta sulle montagne e nelle pianure, nelle città e nelle valli da una complessa e articolata struttura politica e militare. Divisioni, brigate, distaccamenti, Gap, Sap, Gruppi difesa della donna, Fronte della gioventù. Ma anche interi reparti dell’esercito inquadrati nel Cil.