Cappellacci lo aveva detto in campagna elettorale che avrebbero cambiato il Ppr-mostro «contro lo sviluppo della Sardegna». Lo aveva detto anche Berlusconi, crucciato per la carestia edilizia degli anni di Soru. Ed è facile immaginare il suo miglior sorriso alla notizia di un’altra Regione che ha imboccato oltre le attese la strada maestra
Secondo il programma o peggio. Prima si suscita insofferenza verso le regole (e l’individualismo antisociale è normalmente vigoroso). Poi basta storpiarle, avviando la correzione del Ppr senza prendersi la briga di entrare nel merito.
Sono modi che producono consenso: favorendo in blocco le attese di proprietari di pochi metri quadri di terra e di più cospicue fortune immobiliari, non importa se l’interesse comune precipita nella lista dei valori. E non contano i principi ai quali si era fatto pure qualche accenno (la formula dello sviluppo sostenibile ha assunto un significato deformabile da risultare congeniale ad ogni idea di trasformazione).
Il colpo assestato va oltre le conseguenze dei chissà quanti milioni di metri cubi riversati nel territorio. La cosa peggiore non è l’ultimo atteso emendamento, ma l’orizzonte del messaggio che si manda. Per cui la tutela dei luoghi è roba da estremisti, frutto del solito pessimismo di quelli «del no» che straparlano invece di contare quanti monolocali starebbero su quella falda che quando piove ha la compattezza di un budino. Si vedrà nei prossimi mesi la portata del provvedimento. Mi limito a indicare un paio di questioni di fondo emerse nel dibattito.
La prima riguarda il piano comunale ridotto a recipiente delle richieste di privati ai quali è riconosciuto il diritto a edificare comunque. Il potere del Comune, le sue scelte urbanistiche saranno desunte. La dotazione per servizi, ad esempio, non più assicurata preventivamente ma (forse) adeguata a traino di interventi edilizi dentro un processo incerto.
La seconda. Le norme regionali modificano le previsioni di un Piano paesaggistico approvato in accordo con lo Stato dalla Regione secondo il Codice Urbani. Si consente ora con una legge regionale ciò che è inibito da uno strumento sovraordinato. E la gerarchia degli interessi è capovolta: a vantaggio di quello edilizio, che nel Codice è subordinato a quello paesaggistico; con attribuzione diretta ai proprietari di immobili della facoltà di trasformarli in conflitto con il Ppr.
Colpisce che in questo quadro si sia concentrata sulla fascia dei 300 metri la vista corta di chi ha chiesto senza passione di risparmiarla. Un depistaggio se si pensa che è tutelata fino dagli anni Ottanta, e che tuttavia convalida la gravità delle scelte. Il bene paesaggistico nel Ppr è infatti un’area più ampia sulla quale valgono regole articolate. E appena più su di questa linea ci potrebbero essere habitat delicatissimi che solo un piano può apprezzare.
Si capisce che queste disposizioni oltre a essere azzardate sono inopportune. Giungono proprio ora che si scopre il territorio molto vulnerabile. Le disgrazie causate dal maltempo, anche in Sardegna, sono indicatori di uno stato che consiglierebbe prudenza, e il fai-da-te assecondato non promette nulla di buono.
Sandro Roggio da www.lanuovasardegna.it
































