La domanda, sicuramente uggiosa, è: qual è il futuro di una sinistra autonoma dal Pd? I risultati elettorali confermano che uno spazio, non troppo angusto, esiste e riguarda non solo quel 6% di italiani che ha votato le liste della Federazione e di SeL ma anche quell’area magmatica traboccante indignazione e protesta che si colloca decisamente all’opposizione del governo delle destre e trova, di volta in volta, rifugio nell’Idv o in altre formazioni, spesso effimere.
Ma il problema, anzitutto, riguarda la sinistra di estrazione comunista. La Federazione, al suo secondo appuntamento elettorale dopo quello delle Europee, non ha certamente esaltato. I risultati anzi sono da considerarsi deludenti. Frutto di un generoso impegno di una fascia di militanti che resiste nonostante tutto a guardia di un insediamento sociale eroso ma non annullato.
I motivi sono numerosi e riguardano in primo luogo l’immagine ma anche il “ruolo utile” che la Federazione vorrebbe giocare e che, invece, stenta a farsi chiaro. La prima questione è il desiderio di voler essere un’alleanza di forze diverse ma di rappresentare solo l’accordo tra due partiti comunisti ormai di piccole dimensioni e di alcune formazioni minori.
La seconda, è la scarsa visibilità della Federazione sui mezzi di comunicazione. Frutto certamente da censura e da un ostracismo arrogante e miope accecato da un bipartitismo inesistente. Ma anchea da una debolezza nella proposta della Federazione sulle questioni politiche generali.
I voti arrivano quando si è percepiti utili, necessari, da forze sociali e culturali diverse. Allora si riesce a resistere anche nei momenti di difficoltà indicando una prospettiva ideale e un’alternativa concreta di governo. Così non è. La sinistra, dopo la scomparsa del Pci, ha proseguito la sua parabola nel Pds e nei Ds e, ora, è di casa (in modo a dire il vero spesso mimetico) nel Pd. Con risultati deludenti, con gruppi dirigenti deboli e non attrezzati a controbattere la nuova egemonia della destra.
E la sinistra-sinistra? Divisa in due parti. Quella di estrazione comunista che non ha avuto il coraggio di riformare il Pci e quella invece frutto di storie e suggestioni diverse che vive del carisma di un leader (prima Bertinotti e ora Vendola) e non ha il coraggio di confluire nel Pd.
Non è un bel panorama quello che si presenta agli occhi degli osservatori, più o meno neutrali. Quel 6% di elettorato si suddivide tra Federazione e Sel, con una leggera prevalenza per quest’ultima formazione dovuta al risultato–monstre ottenuto in Puglia, pari al 9,7%.
In realtà la Federazione appare più radicata di SeL. E primeggia, rispetto a Vendola, in 9 regioni contro 4. I comunisti ottengono il 6,86% in Umbria, il 5,26% in Toscana, il 4,04 in Calabria, il 3,90 in Liguria, il 3,87 nelle Marche. Sinistra e Libertà primeggia in Puglia e ottiene percentuali significative in Basilicata (3,99%) e Toscana (3,84%).
Non parliamo di grandi numeri, ma la sinistra nel suo complesso avrebbe potuto vantare, se fosse rimasta unita, percentuali che avrebbero fatto saltare sulla sedia i pigri commentatori italiani: 13% in Puglia, 10,24% in Umbria, 9,06% in Toscana , 7,77% in Calabria, 6,51% nelle Marche, 6,36% in Liguria, 6,14% in Basilicata, 5,88% nel Lazio, 5,8% in Campania, 4,57% in Emilia-Romagna.
Sel supera il 3% in 7 regioni, la Fed in 6. I migliori risultati Prc-Pdci-Socialismo 2000 li ottengono quando partecipano a coalizioni con il Pd e le altre forze di centro sinistra. Di contro, la corsa solitaria di Ferrero in Campania e di Agnoletto in Lombardia non paga: la sinistra è praticamente scomparsa.
E’ vincente anche il modello-Marche con la Federazione e Sinistra e Libertà, sbarcati poche settimane prima dalle elezioni dal centro sinistra innamoratosi dell’Udc, marciare alleati e conquistare 6 punti e mezzo.
In queste elezioni il partito di Vendola ha accettato scelte elettorali a geometria variabile. Nelle Marche, appunto, ha sperimentato un’alleanza di sinistra. In Lombardia e in Campania ha scelto l’intesa con Penati e De Luca, senza i comunisti.
Questo il quadro nei suoi dati sommari. Ora è evidente che la Federazione dovrà uscire dalle catacombe della discussione autoreferenziale e porsi un grande obiettivo strategico: proseguire nella costruzione di una sinistra plurale che sia autonoma ma non prescinda dagli schieramenti. La Fed dovrà ricercare, a meno di un ostracismo non giustificabile e che il voto non ha premiato (come il laboratorio Pd-Udc), il confronto e l’intesa col Pd. Per farlo, deve diventare più forte, diventando interlocutore irrinunciabile perché radicato nei territori.
Alla sinistra del Pd il panorama è affollato e confuso, animato da movimenti di vario segno e da associazioni che fanno dell’antipolitica uno dei tratti distintivi. La Federazione può avere un senso e un valore se lancia la proposta di un’intesa politica a Sinistra e libertà, ma mantiene salda e fa anzi avanzare la proposta dimenticata di ricostruire un unico partito comunista.
Un “nuovo Pci” del XXI secolo che raccolga la tradizione del partito di Gramsci e Berlinguer e la innovi. Non è proprio così difficile e complicato, perché siamo già in presenza di una ricchissima elaborazione del comunismo italiano. Non si tratta dunque di rifare una nuova e sempre più asmatica Rifondazione, quanto raccogliere le parti migliori di una storia, indagando i cambiamenti del capitalismo e ponendosi il problema di quali siano le forze motrici della “rivoluzione italiana”.
Il comunismo italiano non è mai stato una sommatoria di movimenti, di centri sociali, di velleità. Era “il partito” della classe operaia diventato “il partito” della democrazia repubblicana e della Costituzione. Scelte non indolori compiute da Togliatti sul partito nuovo, certo non possono essere rimesse in discussione ai tempi d’oggi. E l’idea di una forza comunista moderna, capace di indirizzare i cambiamenti e allo stesso tempo di rappresentare le classi lavoratrici appare possibile quanto la sua capacità di parlare ai giovani d’oggi senza nostalgie. Le ingiustizie sociali che infettano l’Italia sono già unja condizione sufficiente per non mollare.
In caso contrario la sinistra italiana vivrà non solo di ricordi, ma si nutrirà di illusioni, quelle sì ottocentesche, figlie di un progressismo liberale che, non solo assiste basito all’avanzata della destra autoritaria berlusconian-leghista ma diventa sempre più marginale nella società italiana.
Il prossimo appuntamento dovrà essere la rinascita di un partito comunista unico, all’interno di una Federazione aperta a quella sinistra vasta, ampia e plurale che esiste in Italia ma non ha rappresentanza. Questa alla fine è l’utilità, lo scopo, del partito che si fregia della falce e del martello. Lo chiedono i principali azionisti di quel simbolo: i lavoratori.
































