Gli operai votano a destra? Secondo un sondaggio pubblicato dal Sole 24 Ore il partito del premier raccoglierebbe il doppio di voti del Pd. In un panorama politico e sociale dove si stanno radicalizzando e rafforzando scelte e culture di destra, questo dato colpisce ma non sorprende.
Michele Salvati, politologo ed economista di centrosinistra, ha affermato (a Ultime da Babele su Radio Uno) che nel passato gli operai votavano contro i padroni mentre oggi votano di volta in volta contro i rom, gli immigrati etc. Tutto questo grazie (o per colpa) della semplificazione politica e di linguaggio operata da Berlusconi.
Il sondaggio è impietoso. Nel duello delle professioni il Pdl otterrebbe il 42,9% tra quelle cosiddette elevate contro il 17,7% del Pd. Nel lavoro autonomo il 57,2% contro il 15,1%. Tra gli operai esecutivi il 43,4% rispetto al 22,4%, tra i disoccupati il 39,8% contro il 19,3%. Berlusconi trionfa tra le casalinghe col 52,5% mentre a Franceschini va solo il 20,2%. E la destra vince anche tra i pensionati: 38,7% contro il 33,4%. E’ davvero possibileche in tempi di crisi i lavoratori premino il governo più vicino ai ricchi della storia recente? E’ possibile.
Il partito democratico primeggia invece tra gli impiegati e insegnanti col 29,2% rispetto al 28,8% della destra e tra gli studenti (33,35 rispetto al 31,35).
Secondo questo sondaggio Pdl e Lega superano il 50% dei voti, il Pd si ferma al26,2%, Di Pietro sale al 9%, i comunisti al 3,5%, i vendoliani al 2,5% e l’Udc al 6%.
Se questi risultati dovessero essere confermati dalle urne non solo, come ha scritto The Economist assisteremo alla totale berlusconizzazione dell’Italia, ma anche al rafforzamento di uno squilibrio democratico che colpirà prima i contrappesi costituzionali, le prerogative parlamentare e i diritti dei cittadini.
Preconcetti? Credo di no, sono le idee confermate dalle esternazioni del premier e dal partito che ha formato ad evidenziare insieme al fastidio per le regole democratiche, la volontà di far pagare la crisi ai più deboli. Qui però dobbiamo chiederci perché i lavoratori guardano a destra.
Intanto non si tratta di un fenomeno nuovo. Spesso nelle ex roccaforti operaie ci sono state chiare sconfitte per la sinistra. Il problema è se esista oggi una sinistra in Italia capace di rappresentare e difendere i diritti dei lavoratori. Se cioè, dopo la scomparsa del Pci da un ventennio, ci sia un partito che raccolga le istanze popolari in modo prioritario e le trasformi in interessi generali.
Dobbiamo anche chiederci che cosa sia rimasto in Italia della sinistra, dei suoi valori, della sua storia così peculiare e radicata nella società. I partiti non sono più da decenni, come diceva Gramsci, una nomenclatura delle classi e anche le forze della sinistra da tempo rincorrono una sorta di interclassismo non tanto sulla composizione sociale ma sulla difesa equilibrista di interessi.
E’ chiaro che un partito di sinistra non potrà essere equidistante tra sindacati e imprenditori e la presunta vocazione maggioritaria non può prescindere dalle scelte, anche drastiche, su tutte le questioni sul tappeto. L’interclassismo del Pdl non può essere un modello per il centro sinistra che però non deve limitarsi a vellicare le proprie identità e difenedere il proprio insediamento come riserve indiane.
Lo sgretolamento dei blocchi sociali di riferimento non può certo annegare le differenze. E i lavoratori, la povera gente che sembra irretiti dalla tela e dall’incantesimo berlusconiano hanno bisogno di precisi punti di riferimento. Sia da parte del Pd che da parte della sinistra, compresa quella comunista che sta “rialzando la testa”.
































