Ventun gennaio 1921, quel giorno nasceva, da una scissione, il Pci, anzi il Pcd'I. Un partito che oggi non c'è più. Non è per nulla facile parlarne, visto anche il perdurare di una damnatio memoriae cui hanno contribuito gli stessi ex dirigenti di quel partito, riluttanti ad ammettere il proprio passato comunista. Qualche tentativo, a vent'anni dalla Bolognina, c'è stato, i più recenti quelli di Lucio Magri con Il sarto di Ulm e di Guido Liguori, La morte del Pci . Forse un accenno ad andare oltre la memorialistica. O forse no.
«Non sarei così ottimista. Il panorama non cambia», commenta Luciano Canfora, docente di filologia greca e latina all'università di Bari. «Siamo al livello di una nobile memorialistica, ma non c'è ancora un cambio di direzione. La storiografia sul Pci non esiste più, fatta eccezione per il volume di Martinelli in coda allo Spriano. Ognuno ha scelto la strada della salvazione individuale. Gli intellettuali che di quel partito erano considerati il nerbo, sono passati ad altre sponde, ad altri interessi».
Probabilmente si pensa che studiare la storia del Pci non serva a nulla perché si tratta di un'esperienza morta e sepolta. Non è così?
Da parte degli ex comunisti italiani è un alibi di comodo dire che, siccome è una storia finita, non vale la pena studiarla. Non si capirebbe allora perché si debba continuare a studiare il fascismo o le guerre puniche. L'argomento "è finito, ergo non ne parlo" non esiste. E' un alibi della coscienza. Forse nasconde il timore che parlando del Pci si possa apparire ancora legati a quella storia. Gli ex comunisti non vogliono che si pensi a loro come a dei nostalgici. Questo è il vero motivo, non perché l'esperienza del Pci è storicamente finita. Dover ammettere che la storia dei comunisti in questo paese ha un ampio residuo positivo, significherebbe per questi signori apparire dei nostalgici.
Un altro stereotipo è quello del Pci partito "istituzionale" e "moderato". Ma come, un partito che ragionò sull'egemonia, sul blocco storico, radicato nella società e artefice di una pedagogia popolare di massa, può essere etichettato "moderato"?
Sparare sul Pci andava di moda quando ci si poteva ancora permettere di ballare sulla tolda del Titanic. Quando si pensava che "papà" Pci sarebbe vissuto in eterno e sarebbe stato sempre forte. Poi si è scoperto che eterno non era e neppure fortissimo. Oggi che non c'è più stanno tutti a piangerne la scomparsa.
Alla Bolognina si diceva che il Pci andava sciolto perché ormai la crisi dell'Urss era irreversibile. Ma, oltre che della Rivoluzione d'Ottobre il Pci non è anche figlio della situazione specifica italiana, delle occupazioni delle fabbriche del '19-'20? è stato solo un riflesso della rivoluzione d'ottobre oppure è stato anche un prodotto specifico della situazione italiana?
Il PcdI è nato perché c'è stata la rivoluzione d'Ottobre, ovvio. La nascita di questo partito è stata molto controversa, molto sofferta, tanto che poco dopo la sua nascita Lenin spinse alla riunificazione con i socialisti - cosa che il gruppo dirigente d'allora, Bordiga in testa, respinse con forza. Lenin capì meglio degli italiani come dopo la Marcia su Roma fosse paradossale fare a pezzi la sinistra. La scissione del '21 è un fatto strettamente connesso alle dinamiche internazionali, al 1917, alla diffusione della rivoluzione in Germania e in Ungheria. La nascita del Pcd'I si lega a una crisi epocale. Il 1917 precede tutti i fatti nominati, viene prima delle occupazioni delle fabbriche e spiega tutto. La Rivoluzione russa è il figlio più importante della Prima guerra mondiale, è la risposta al conflitto. Gli sviluppi successivi sono una conseguenza di quella grande rottura. Poi, naturalmente, la storia del Pci prenderà una sua piega originale. Il partito di Togliatti sarà un "partito nuovo" nel vero senso della parola, un partito di massa e non più di sola avanguardia, impegnato a scrivere la Costituzione con gli altri e che si propone le riforme di struttura. Anche i giacobini italiani nascono sull'onda del '93 francese, però dopo imboccano una loro storia autonoma, persino conflittuale con la Francia. Peccato che non ci sono più storici a sinistra.
Nei "Quaderni" di Gramsci il Pci ha trovato un'analisi formidabile della storia nazionale: il Risorgimento mancato, la passività secolare delle masse, l'arretratezza culturale della borghesia nazionale, il fascismo. Eppure, oggi tutte le patologie di antica data della società italiana sembrano riemergere. Tutta fatica sprecata?
Nulla è definitivo nella storia. I partiti hanno svolto un'opera di educazione come mai forse è accaduto nella nostra storia. Oggi i partiti sono finiti, è subentrata una politica di tipo americana, carismatica, mediatica. La società si è trasformata, è diventata una società di ceti medi. La classe operaia è in estinzione numerica. Verranno fuori contraddizioni nuove che per ora non possiamo prevedere. Per esempio, lo sfruttamento del lavoro intellettuale e forme di schiavitù dei lavoratori immigrati. Per ora è la Lega che incamera il voto proletario di tipo razzista. Siamo alla guerra tra poveri.
Tonino Bucci da www.liberazione.it
































