Pio La Torre fu ucciso dalla mafia e dalla politica degli affari. A 27 anni dall’omicidio dell’allora segretario regionale siciliano del Pci e dell’autista-amico Rosario Di Salvo, avvenuto a Palermo il 30 aprile 1982, il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso squarcia il velo delle ipocrisie e dei silenzi interessati.
Non è stata la sola Cosa Nostra a uccidere l’uomo che dette il nome, insieme all’ex ministro Virginio Rognoni, alla legge che ha introdotto il reato di mafia e la confisca dei beni ai boss. Intervennero quelli che Grasso chiama “elementi esterni”, rappresentanti dei cospicui interessi dell’affarismo politico che in Sicilia, in quegli anni, facevano riferimento in gran parte alla Democrazia Cristiana.
Il procuratore Grasso ha messo in fila fatti ed episodi. Il primo riguarda le dichiarazioni del pentito Marino Mannoia davanti al giudice di Caltanisetta che spiegò i motivi del delitto. Pio la Torre a quel tempo era un parlamentare nazionale del Pci e Berlinguer gli aveva chiesto di riprendere in mano le redini del suo partito in Sicilia.
L’obiettivo era quello di suscitare, promuovere e guidare il grande movimento per la pace e contro gli euromissili che divennero il più esteso movimento di lotta dopo quello dei braccianti degli anni quaranta e cinquanta. Quella battaglia non rappresentava solo una questione “alta e nobile” ma il vero punto di snodo dove convergevano gli interessi politico-affaristici della Sicilia di quegli anni insieme alle necessità “atlantiche”. Insomma affari e doppio stato.
D’altra parte, Pio La Torre per Cosa Nostra era diventato il principale avversario. Aveva firmato la legge per confiscare i beni dei boss e stava lavorando un’ ampia e articolata legislazione antimafia che venne però approvata con dieci anni di colpevole ritardo dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio.
A quell’epoca Giovanni Falcone per le indagini ipotizzò di seguire la strada dei servizi segreti deviati. Ma l’allora procuratore capo di Palermo, Pietro Giammanco, non trasmise la richiesta di contatti con i magistrati romani che indagavano su Gladio. Emanuele Macaluso, ex esponente del Pci, lancia un sospetto: La Torre fu seguito e schedato per anni dai servizi segreti “e stranamente non li aveva dietro le spalle quando venne ucciso”.
































