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L'Italia di Napolitano e il regime di Berlusconi

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napolitanoChiudiamo gli occhi e immaginiamo, per un attimo, che al posto di Napolitano sia seduto sul Colle, Silvio Berlusconi. Non è un esercizio facile ma proviamoci almeno per poco. Le differenze tra i due sono talmente grandi e stridenti da rappresentare davvero due Italie diverse se non contrapposte.

Il primo ha sempre cercato l’unità della Nazione attorno a valori condivisi rispettando e difendendo la Costituzione e il bilanciamento tra i poteri. Napolitano non ama le passerelle, le volgarità, le battute goliardiche. Impersona, come il predecessore Ciampi, quell’austerità repubblicana che vigila con occhio attento su un paese spesso gaglioffo e smemorato. Tutto il contrario dell’animoso caudillo che siede sul consiglio di amministrazione di palazzo Chigi e considera gli italiani suoi dipendenti.

Le differenze tra i due uomini si sono rese drammaticamente chiare sabato pomeriggio. Il presidente Napolitano interpretando il sentire della parte sana dell’Italia afferma: “Quando oggi pensiamo e soffriamo per le vittime e per i danni del terremoto in Abruzzo non possiamo non ritenere che anche qui abbiano contato in modo pesante e abbiano contribuito alla gravità del danno umano e del dolore umano comportamenti di disprezzo dell’interesse generale e dell’interesse dei cittadini”.

 

L’uomo di Arcore, invece, durante l’ennesima cinica passerella sulle macerie aquilane mette sotto accusa i pubblici ministeri che indagano sui crolli e cercano le responsabilità del disastro.

Napolitano osserva con preoccupazione “l’allarmante decadimento di valori spirituali, umani e morali” che rappresentano “una delle cause della crisi che oggi affligge le nostre economie e le nostre società”. E mette sotto accusa “comportamenti dettati da avidità, dalla sete di ricchezza e di potere, dal disprezzo dell’interesse generale e dall’ignoranza di valori elementari di giustizia e di solidarietà”.

L’altro, invece, perde il suo tempo in vertici privati nella sua casa di palazzo Grazioli per mettere a punto l’organigramma Rai sperando di piazzare i suoi megafoni direttamente da Mediaset. Un’autentica vergogna, uno scandalo in un normale paese di tradizione liberale  democratica. Che invece passa sotto silenzio se si escludono pochi giornali ai quali, Berlusconi, vuole insegnare il mestiere perché, ha spiegato, non rappresentano bene l’Italia che a lui vuol bene.

Quando l’ubriacatura pubblicitaria e l’ossessione propagandistica del premier si sarà placata, si vedrà bene la situazione abruzzese senza gli occhiali deformanti dell’illusione. E si potrà anche osservare con spirito libero come ogni occasione diventi un pretesto per pubblicizzare la propria immagine (ma avete visto i telegiornali?), per propagandare le mirabolanti decisioni su new town e ricostruzioni (smentite e contraddette una dietro l’altra), per blandire e minacciare chi osa sollevare qualche critica.

Qualche anno fa la sinistra litigò con vivacità su una questione che sembrava pura accademia: se quello che avanzava era un regime, un regimetto o un raffreddore della democrazia italiana. Oggi chi può negare che ci avviamo a un regime reazionario di massa con folle plaudenti che vogliono la foto ricordo col premier?

ps: dopo aver scritto queste righe ho letto l'analisi di Mannheimer sul Corriere che segnala la popolarità di Berlusconi in aumento. La tragedia del terremoto sfruttata per le  passerelle sulle macerie riprese da tv compiacenti e piene di ossequio ha pagato.

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