L’Italia stanca e senza prospettiva ancora una volta, in maggioranza, diventa lo scudo umano della destra al governo, premiando la sua parte più inquietante e oscura:la Lega di Bossi. Di contro, un’opposizione in piedi ma poco attrattiva e acciaccata, stenta a farsi largo oltre le sue roccheforti dove deve anche rintuzzare infiltrazioni e incursioni avversarie.
L’Italia sceglie e si affida a una destra radicata e multiforme ma il Paese sembra meno berlusconiano di quanto non appaia. Pdl-Lega strappano, è vero, quattro regioni a conferma dello spostamento politico elettorale cominciato con le politiche del 2008 e proseguito con le regionali sarde e abruzzesi. Ma il Pdl, la creatura personale di Berlusconi, arranca, perde voti ovunque (in Puglia dimezza i voti), viene superata dalla Lega in Veneto e insidiata in Lombardia.
Berlusconi può anche dirsi vincitore, ma l’analisi dei voti dimostra che il Pdl sul campo lascia sei punti rispetto alle Europee del 2009, quasi sette sulle politiche 2008 e cinque sulle regionali del 2005. Di contro la Lega avanza rispetto a tutte le consultazioni. Il derby lo ha vinto Bossi che, infatti, ora alza la posta della sua partecipazione al governo.
E’ comunque innegabile che le elezioni di metà mandato siano state di sostegno a chi governa. I cittadini non sono stati evidentemente scalfiti dalla corruzione della cricca del G8 o dai crescenti guai di Berlusconi. Più del malgoverno della destra potè la rassegnazione e, in qualche caso, la dubbia eredità della gestione amministrativa di alcuni governatori di centro sinistra.
Il Pd appare in piedi, Bersani sembra aver vinto, a fatica, la sfida di rianimare un partito sempre in situazione d’emergenza, ancora in costruzione e mai ripresosi dalla sconfitta del 2008 che lo ha quasi soffocato nella culla nonostante un exploit elettorale.
Bersani può vantare percentuali tra il 27 e il 28%, forse da primo partito, ma deve fare i conti con le alleanze variabili. L’esperienza con l’Udc è contraddittoria. Vince in Liguria – dove Burlando ha imbarcato tutti – ma non in Piemonte. E l’esperienza non sembra farsi strada come prospettiva strategica. Il Pd dovrà fare i conti con una rafforzata Italia dei Valori, con l’exploit dei Grillini in alcune regioni e con la persistenza alla sua sinistra di due forze – Fed e Sel – che senza esaltare valgono oltre quattro punti.
Il Nord è padanizzato dal verde leghista, un’infezione nata dalla pancia di un’opinione pubblica spaventata e rancorosa, fanatizzata, priva di prospettive e speranze e3 con qualche ragione evidente. Il voto leghista non è più racchiuso in valli marginali, dilaga nelle città e nei medi centri, coinvolge zone operaie e del lavoro dipendente. Sulla Lega al Nord (intendendo Veneto, Lombardia e Piemonte) si è scritto molto. Che è radicato, che fa il volantinaggio casa per casa, che è popolana.
In realtà questa Lega in forte crescita è un concentrato di contrapposte tendenze. Strati popolari colpiti dalla crisi economica convivono con padroncini che licenziano o delocalizzano. Cittadini impauriti dall’immigrazione covano rancori e xenofobia mentre la Lega è la prima responsabile di parole d’ordine semplificatorie che parlano alle viscere e rafforzano ceti privilegiati e nuovi potentati.
Il centro sinistra difende le roccheforti e non entusiasma. Il suo popolo, alla ricerca perenne di un leader (eredità del veltronismo) rischia di smarrire la strada maestra perché le forze progressiste oscillano all’interno di una linea politica che pretende di unificare il molteplice rinviando le scelte. Non si può, infatti, additare Berlusconi come nemico della democrazia e poi andare in televisione e parlare di confronto sulle riforme. Non si può accusare la Lega di essere razzista e di voler spaccare l’Italia e poi astenersi sul federalismo.
E’ evidente che dal voto il Pd dovrà trarre le ragioni della sua funzione che non è più quella della vocazione maggioritaria ma della costruzione di alleanze. Un nuovo Ulivo, una rinnovata Unione, comunque la ricerca dei punti che uniscono per l’alternativa e il rinnovamento a partire dalle questioni sociali e materiali della gente. Farsi schiacciare dal rullo compressore di Berlusconi, avvitarsi attorno ai suoi problemi magari seguendo campagne di stampa, non paga.. L’agenda politica, almeno per il centro sinistra, deve essere un’altra.
































