Davvero il Pd ha una “carenza profonda d’identità” tipica di un “partito coalizionale plurale” che gli impedisce di spingersi oltre? Davvero questa identità comune non potrà mai esserci perché il Pd “è un non-partito, una sorta di confederazione con sovranità limitata a proposito dei confini ideologici (ma anche della lettura della storia d’Italia)”?
Michele Prospero sul Manifesto di domenica 8 novembre (a vent’anni dalla Bolognina e a 92 dalla Rivoluzione bolscevica) interviene sui nodi irrisolti del nuovo Pd di Bersani (la difficoltà a parlare con voce univoca su laicità e diritti civili ad esempio) ma rende atto che i democratici hanno compiuto dei passi in avanti.
Il primo è l’essersi liberati “dal virus letale del nuovismo veltroniano” inteso come “informe cultura che ha condotto il leggero Pd sull’orlo del precipizio”. Si riconosce a Bersani l’aver ricollocato il partito fuori dal terreno scivoloso del populismo (anche se si parla di popolo delle primarie) per riportarlo nel “solco del costituzionalismo”.
Il secondo passo in avanti è l’avvio di un processo per ricucire un’ampia coalizione di centro-sinistra. E’ presto per dire se il giro di colloqui compiuto da Bersani all’indomani delle primarie si tradurrà in fatti e azioni concrete. Ma almeno ha mandato in archivio la vocazione maggioritaria. Ora l’obiettivo reso esplicito è la costruzione di un fronte di opposizione per traghettarlo verso le sponde di un’alternativa matura e visibile.
La marcia di Bersani è comunque cominciata. In primo piano ci sono, per ora, le necessità vitali più evidenti, come la costruzione del gruppo dirigente, il radicamento territoriale, la coesione e la solidarietà interna. Il neo segretario ha assicurato un certo impegno nel debellare la questione morale che alligna qua e là.
L’uscita di Rutelli e di Calearo (funzionali al discorso veltroniano dell’intesa tra irriducibili concezioni della vita del partito e delle sue finalità) non daranno molto fastidio a Bersani se non come tassa mediatica da pagare alla svolta impressa. Rutelli infatti non rappresenta il neo centrismo (c’è già Casini), Calearo parla come un uomo del pidielle in salsa leghista,. Aree dunque ben presidiate dagli avversari.
Non sarà facile pensare al Pd come a un partito dove le vecchie appartenenze si sono fuse in una “Cosa” davvero nuova ma non avulsa dalla storia. Ecco perché fanno sorridere le preoccupazioni dei vecchi dc come Marini e Fioroni che, proprio in nome della loro storia, rivendicano “posti” come dorotei qualsiasi, svillaneggiando il ruolo che stanno ora assumendo Rosy Bindi, Enrico Letta e lo stesso Dario Franceschini.
La questione più calda è, invece, il tipo di opposizione a Berlusconi, il rapporto con la Cgil e con gli altri due sindacati “collaborazionisti”, e quali linee di politica economica proporre in alternativa alla destra. Su questo, Bersani sembra avere le idee chiare ed è certamente più attrezzato dei suoi predecessori. La sua scommessa è quella di convergere nazionalmente con Udc e Idv in parlamento e in alcune regioni (Liguria, forse Piemonte e Lazio) e con la sinistra nelle realtà locali.
Non è il massimo, ma è certamente meglio di quello che c'era prima.
































