La chiamano la sindrome del padrone. E riguarda la sovrapposizione degli interessi privati su quelli pubblici, piegati alle convenienze della conservazione del potere da trasformare in dominio. In quindici anni di berlusconismo – fase suprema della degenerazione dello stato democratico - l’Italia infatti assiste a un crescendo di azioni mirate a destrutturare il sistema costituzionale.
Leggere le intercettazioni telefoniche del presidente del consiglio sul caso di Anno Zero è un atto istruttivo. Quelle parole scagliate con ira contro un conduttore sgradito dimostrano una reale ossessione verso qualsiasi forma di libero pensiero, di critica, di narrazione della trama dei fatti.
La costruzione mentale di Berlusconi è un edificio assoluto. La militarizzazione del consenso passa attraverso le coordinate di un pensiero unico che non riguarda solo la tutela della sua persona e l’espulsione di voci critiche dal diritto a informare e ad essere informati. La scommessa che la destra politica berlusconiana sta giocando è più complesso e punta alla costruzione di un dominio politico realizzato col controllo dei mezzi di comunicazione e informazione, soggiogando il sindacato, delegittimando il parlamento, modificando a vantaggio dell’esecutivo i contrappesi istituzionali.
La destra sta compiendo un’operazione ideologica dai tratti molto concreti. In questo realizza una vera politica “di classe”. Tutela il capitalismo parassitario delle grandi fortune e garantisce impunità con lo scudo fiscale. Fa subire passivamente la crisi all’Italia sperando in una devastazione antropologica e produttiva per scassare tutele e diritti, come lo Statuto del 1970, e sostituirlo con un ibrido Statuto dei lavori: un mix di sentimentalismo corporativo, di familismo compassionevole, di sindacalismo “giallo” smemorato delle proprie funzioni.
La destra, anche in questa fase di declino, sta chiudendo molti conti aperti. Anzitutto con le conquiste democratiche di questa era repubblicana. Smonta pezzo dopo pezzo il sistema di tutele e di garanzie dei lavoratori, istituzionalizza la precarietà, privatizza i servizi e i beni, svende e ridimensiona la presenza e il ruolo pubblico (dall’acqua alla scuola).
In questo è un vero governo “di classe”, sorretto dal silenzio per nulla imbarazzato della Confindustria che è diventata un’organizzazione collaterale. Una cinghia di trasmissione che garantisce il sostegno a tutta una serie di scelte: l’attacco all’articolo 18, l’introduzione dell’arbitrato, lo sgretolamento delle tutele, la ristrutturazione selvaggia. Sorprendente, in tempi di crisi, appare l’inerzia governativa attorno ai circa 150 tavoli aperti che riguardano le vertenze aperte (dalla Fiat alla Vilnys, dalla Merloni all’Alcoa).
Lo scontro autentico non è solo sulle regole, ma si gioca sulla strada da imboccare per uscire dalla crisi: se la ricetta della destra sarà supportata dal consenso elettorale, un mantello scuro si stenderà sulle conquiste materiali e sui diritti dei cittadini.
































