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La svolta di Di Pietro: con meno movimentismo e più politica riscopre l'alternativa

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di_pietro_e_bersaniDi eterna agitazione e sola propaganda non si può vivere. Di opposizione si può anche morire, se una forza politica degna di questo nome non costruisce le condizioni per un’alternativa di governo. La svolta dell’Italia dei Valori al congresso di Roma è duplice. Da una parte i dipietristi scelgono di incamminarsi sulla strada difficile ma lungimirante del superamento del partito personale. Dall’altra individuano nel proprio orizzonte politico la costruzione di un’alternativa di governo col Pd.

Alcune affermazioni di Di Pietro sono certamente colorite ma spiegano la svolta del partito. Sulle alleanze, spiega che sono necessarie perché “da soli non si fa figli”. Non è una svolta di poco conto per un partito che ha toccato l’8% dei voti oscillando tra intese con il Pd e volontà di isolamento da “partito degli onesti”.

Mentre procede la strada della politica (intese nazionali e locali con Pd e FdS ma anche con i vendoliani), accantona o riduce la “deriva movimentistica” perché si rende conto che “le piazze si gonfiano e si sgonfiano a seconda dei mal di pancia”. Non è un passaggio facile per un partito che è ancora una federazione di ex (dal Pci alla Dc, all’estremismo di sinistra pre e post girotondino) ma che tenta di uscire dalla logica della pura testimonianza.

L’orizzonte programmatico diventa dunque più concreto. Si nutre certo delle abituali parole d’ordine del dipietrismo ma fa un passo in avanti verso l’alternativa di governo al centro destra. Bersani è apparso soddisfatto da questa svolta mentre Ferrero di Rifondazione comunista giudica una sconfitta la linea della costruzione di  un polo politico della sinistra. Su questo Pd e Idv dovranno lavorare.

Il ritorno alle intese (Ulivo o Unione che dir si voglia) creano omogeneità in un popolo di centro sinistra che già da molti anni si sente tale e che ha abbattuto steccati, ma non ha dimenticato idee e simboli. Il fascino di un’alternativa alla destra è un obiettivo di prospettiva (il 2013)  che può diventare strumento di aggregazione. Ma alla lunga potrebbe non bastare senza minime di identità comuni (nel senso. quando non ci sarà più Berlusconi che cosa farà il centro sinistra?).

Ma la questione vera per evitare di sottostare alle logiche ricattatorie e insondabili dell’Udc di Casini è la ricostruzione di un’alleanza organica anche con ciò che resta della sinistra di estrazione comunista che il Pd, per sua natura, non può rappresentare: temi sociali e culturali che gli “accrocchi politicisti” di cui si parla non possono abbracciare.

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