Il Pd di Bersani: bocciofila da combattimento tra radicamento e alleanze
Dopo il voto degli iscritti, Pierluigi Bersani ha conquistato anche quello della maggioranza degli elettori delle primarie. Il nuovo segretario del Pd ha ottenuto quindi una piena investitura. La grande partecipazione al voto dimostra che la stessa idea della consultazione è risultata vincente, meno invece il barocco meccanismo che ha portato il Pd a inchiodarsi per lunghi mesi attorno a mozioni, consultazioni, convenzioni e congressi.
Bersani diventa segretario di un partito cheda una parte ha dimostrato di possedere una certa vitalità e volontà di reagire, dall’altra ha messo in campo opzioni programmatiche assai diverse tra loro. Si allontana comunque dall’orizzonte del Pd l’idea del partito leggero e della vocazione maggioritaria. Avanza invece la necessità del radicamente territoriale, della politica di alleanze e dell’alternativa di governo.
Non è poca cosa per un partito sino a ieri diviso su scelte fondamentali tra identità differenti e distanti, impegnato ad inventarsi un orizzonte nuovo in qualche modo scollegato alla storia dei filoni fondativi dello stesso Pd. Bersani il giorno prima del voto lo ha detto con chiarezza: non potrei stare in un partito che considera la parola sinistra un tabù.
In definitiva vengono sconfitte quelle ipotesi astratte di sradicamento definitivo del Pd dalla sinistra. E avanza invece l’idea di una forza politica di massa e di combattimento. Per dirla ancora con Bersani, una bocciofila ben organizzata e che funzioni. Tutto il contrario dell’insostenibile leggerezza del passato.
Franceschini subisce una seria sconfitta. Non ha pagato la radicalizazione della campagna elettorale. Molte delle sue affermazioni sono state vissute come “battaglie contro” (D’Alema, il passato, etc) e l’elettorato del Pd non ha apprezzato. Tuttavia Franceschini ha rappresentato bene gli orientamenti profondi del partito (antifascismo, legalità) e tutti gli iscritti gli hanno riconosciuto generosità e impegno nei difficili otto mesi dalle dimissioni di Veltroni. La notte delle primarie ha fatto un discorsoleale verso il vincitore. Ha vinto il partito, ha detto.
Il voto oltre le aspettative per Ignazio Marino dice diverse cose. La prima è il rafforzamento di una concezione laica del partito e della politica. La seconda mette un punto fermo sulla necessità della trasparenza interna.
Bersani ha di fronte grandi questioni da affrontare nelle prossime settimane. La prima è ricompattare l’opposizione, sia quella parlamentare (Udc e Idv) che quella politica (Prc-Pdci) e sociale che opera nel Paese, catalizzando l’unità per l’alternativa di governo. Ma, nell’attesa, dovrà farla sentire la forza dell’opposizione. La seconda riguarda la natura e la funzione stessa del Pd: dovrà operare una sintesi tra organismi dirigenti interni e primarie. E dare colpi di ramazza all’interno rilanciando la questione morale e mandando a casa dirigenti poco puliti. Bersani sicuramente chiamerà Franceschini e Marino a collaborare con lui ai massimi livelli, ridimensionando il ruolo delle mozioni (compresa la sua) e delle sottocorrenti.
Poco meno di tre milioni di elettori che partecipano alla scelta del leader del principale partito dell’opposizione sono un grane fatto democratico e pongono molti problemi a Berlusconi e al centro destra, mai come ora alle prese con un’amalgama poco riuscita, con una resa di governo nettamente al di sotto delle attese e con l’evidenza di divisioni interne profonde che fanno scricchiolare l’alleanza.