La scelta del nuovo segretario del Pd farà finalmente prevalere una delle due anime presenti nel partito, nettamente alternative e in contrasto latente tra loro. Quella che intende il partito come una forza progressista e di sinistra disposta ad intese e alleanze con componenti moderate, e l’altra che opta per un partito riformista di centro sinistra a vocazione maggioritaria.
La prima è rappresentata da Bersani e D’Alema, la seconda da Franceschini e Veltroni ma raccoglie in modo trasversale uomini provenienti sia dai Ds che dalla Margherita.
La scelta del nuovo leader porterà comunque una ventata di chiarezza sulla natura e il programma del partito sciogliendo le non poche ambiguità e di cose accantonate e non dette presenti sin dalla nascita..
Franceschini ha messo subito le carte in tavola e ha deciso di caratterizzare la sua campagna elettorale interna come una conta, un referendum tra chi rappresenterebbe il passato e chi vuole invece il futuro.
Con altrettanta franchezza il senatore Morando, vicino all’ex segretario Veltroni e allo stesso Franceschini, ha spiegato che per cambiare l’Italia occorre un Pd che non sia un partito di sinistra ma di centrosinistra.
L’attacco a gamba tesa di Franceschini al presunto cattivo passato è apparso incauto e ingeneroso, ma ha avuto il pregio di mettere le carte in tavola riaprendo la questione vera del Pd a lungo maneggiata con cura ma di fatto rinviata: tra chi ritiene, cioè, che non si possa cambiare completamente natura e fisionomia abbandonando l’ancoraggio alla sinistra europea e chi, invece, ritiene che di questa tradizione bisogna privarsi per remare in mare aperto.
Cade così un equivoco. Tutti quelli che provenendo dai Ds (e quindi in gran parte dal Pds e prima ancora dal Pci) erano convinti che fondando il Pd non avrebbero mai perso la propria identità di sinistra, oggi dovrebbero rivedere le proprie posizioni. Potrebbero cioè sentirsi esuli in casa propria se Franceschini dovesse vincere congresso e primarie.
Pierluigi Bersani rappresenta il profilo decisamente riformista del partito, ma con un valore aggiunto: l’attenzione al radicamente sociale, alla capacità di mobilitazione e di intessere alleanze del partito.
Con Bersani il Pd resta limpidamente nel campo della sinistra europea ma guarda certamente avanti sgombrando il campo dalle fumisterie della gestione Veltroni (vocazione all’isolamento, alto tasso di moderatismo, polveri bagnate in combattimento, vaghezza sul partito).
Queste in sintesi sono le opzioni in campo, decisamente alternative e che vanno ben oltre gli steccati e le definizioni di comodo tra ex Pci ed ex Dc come sono Bersani e Franceschini. Certo è che col secondo il profilo laico del partito avrebbe maggiore fatica ad affermarsi
Tuttavia entrambi hanno un difetto programmatico: una sorta di strabismo che li spinge a guardare con più attenzione dalle parti dell’Udc (visti i buoni risultati di molti ballottaggi) piuttosto che della sinistra (o di quello che resta)..
Sullo sfondo del dibattito congressuale del Pd si staglia comunque la crisi economica e quella morale che investe il paese guidato da un premier che le opposizioni dovrebbero incalzare e attaccare ogni giorno, 24 ore su 24, su ogni aspetto. Con l’obbiettivo di costruire un’alternativa di governo favorendo un’alleanza – certo nella chiarezza – con tutte le forze democratiche.
Perché è proprio questo che chiede il popolo di centro-sinistra. Tutto insieme.
































