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Il partito dell'amore? Un nuovo stratagemma per annichilire il dissenso

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 chaplinUno degli stratagemmi mediante i quali si producono i messaggi ironici è ribaltare la realtà. Ne sanno qualcosa i comici di ieri e di oggi: pensate, tanto per fare un esempio, a “La vita è bella” di Benigni. Tuttavia, il ribaltamento dei dati di fatto può essere ed è stato l’anticamera di vere e proprie tragedie nazionali e internazionali (oltre che di una svariata serie di piccoli drammi pubblici e privati). Insomma, la dura legge della coincidenza degli opposti non lascia scampo.

  Il discorso senza dubbio ci riguarda: da troppo tempo, in Italia, assistiamo all’abile travisamento dei fatti. Gli esempi traboccano. Si afferma che il Premier sarebbe stato sottoposto a migliaia di giudizi penali quando i procedimenti che l’hanno visto o lo vedono coinvolto sono meno di venti. Si sostiene, a fauci spalancate, che, con la recente sentenza sul lodo Alfano, la Corte costituzionale avrebbe contraddetto il suo precedente in materia: basterebbe invece leggere la sentenza n. 24/2004 (e non Il Giornale di Feltri e Paolo Berlusconi) per rendersi conto che le due pronunce sono perfettamente complementari.

 Il Giornale è peraltro lo stesso quotidiano che, dopo giorni e giorni di flagellazione a caratteri cubitali dell’ex Direttore dell’Avvenire, ha ammesso con un filo d’inchiostro – e senza l’ombra di una scusa – di essersi sbagliato (altro ribaltamento del reale, dunque). Si spergiura che i valori cattolici configurano la bussola dell’azione di governo, dimenticando che altri modelli sembrano guidare le azioni (pubbliche e private) dei componenti più in vista di quello stesso esecutivo. Il Governo ha avuto persino la sfacciataggine di sostenere, in Parlamento, che porre le questioni di fiducia (e troncare in tal modo il dibattito in aula) sarebbe un modo per valorizzare il ruolo dell’Assemblea. L’elenco di tali amenità è comunque fin troppo nutrito.  

 L’ultimo ribaltamento su cui conviene soffermarsi corre però il rischio di trascinarsi per lungo tempo, con effetti niente affatto salutari per il nostro già annaspante equilibrio politico e costituzionale. Chi, fino a ieri, ha definito “coglioni” gli elettori che non l’avessero votato, ha sobriamente apostrofato il Presidente (tedesco) del gruppo socialista al Parlamento europeo dandogli del Kapo, ha aizzato in Senato le sue truppe contro i senatori a vita (si sono ascoltate minacce e offese irripetibili), ha gridato un giorno si e l’altro pure al broglio elettorale e all’illegittimità del legittimo governo Prodi, ha grossolanamente diviso la popolazione italiana tra amici (suoi) e comunisti (tutti gli altri), si accingerebbe ora a dar vita a un fantomatico Partito dell’amore.

Questa iniziativa – all’apparenza concepita per unire – ha invece in sé i germi di future e ancor più nette divisioni: essa cela dunque l’ennesimo ribaltamento. Autoproclamarsi i depositari dell’amore ghettizza automaticamente chi fosse in disaccordo nei recinti dell’odio. Una feccia da evitare e, se possibile, da espellere dagli umani consessi.

Del resto, chi potrebbe non volere l’abbraccio dei rappresentanti dell’amore in terra, si chiamino Gasparri (che dice di non dover cambiare, essendo già buono), Cicchitto (l’ex piduista che si permette di aggredire verbalmente il Prof. Asor Rosa in TV), Bondi (quello che “odia gli intellettuali”), Brunetta (sempre misurato) o La Russa (il quale, in Tv, urla che i giudici della Corte di Strasburgo “possono morire”)? Senza dire degli amici di costoro, si chiamino Borghezio, Castelli, Gentilini, Salvini, Santanchè e compagnia bella.

 L’intento è chiaro: annichilire  e condannare il semplice dissenso. Mentre la democrazia nasce dalla pluralità delle voci espresse nel rispetto delle regole, l’obiettivo di un simile atteggiamento è quello di delegittimare, con un colpo di teatro, il diverso punto di vista. Questo diviene automaticamente “il male”. Non a caso, in un recente dibattito televisivo, a fronte di un esponente dell’opposizione che semplicemente argomentava le sue critiche alla legge finanziaria, il rappresentante del Governo ha sostenuto che, con questo atteggiamento, il dialogo non sarebbe possibile. Strano dialogo quello di chi – bontà sua – è disposto ad ammettere solo di aver ragione.

Ma come può del resto accettare di aver torto chi si sente o dichiara di essere “il bene”? In questa prospettiva risulterà sempre più arduo far comprendere che, messa al bando la violenza fisica, criticare anche aspramente le idee o le proposte dell’avversario politico non necessariamente significa odiarlo. Se l’equazione passasse è chiaro che nessun genuino dibattito sarebbe in futuro possibile.

 Del resto, è per questi motivi che ai politici non si chiedono prove d’amore (anche se taluno di essi probabilmente le pratica con eccessiva disinvoltura); al più si auspica che siano stimati, abili, che abbiano il senso dello Stato o persino una certa dose di spregiudicatezza (se finalizzata al bene comune). L’amore spesso obnubila la mente, appanna le capacità di giudizio, offusca la ragione. Ed è proprio questo che più deve preoccupare. Non a caso ormai più non si contano le invettive dei rappresentanti del Partito dell’amore contro chi lavora con la mente: gli intellettuali, i professori universitari, gli insegnanti, i registi, i magistrati, i giornalisti non allineati, persino i comici.

Si vuole insomma stigmatizzare chi è in grado di esaminare razionalmente e produrre discorsi sui problemi più scottanti, la storia, i reati, gli scandali; chi può indicare ad altri i metodi utili a questo scopo, sollecitando le coscienze e lo spirito critico. L’intento è sostituire la discussione e l’analisi ragionata con una melassa indigesta, capace di inghiottire tutto e tutti come in un film blob anni ’50 o in una trasmissione televisiva della peggiore specie. Si definisce “amore”, si legge “pensiero unico”.

Paolo Veronesi, Anna Baldoni, Marco Bertozzi, Alessandro Bratti, Antonella Cagnolati, Laura Calafà; Martino Gozzi, Anna Quarzi, Mauro Vignolo – Comitato scientifico della Scuola di Politica del PD di Ferrara

 

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