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Vent'anni dopo la Bolognina: l'ombra di quel che eravamo e una storia da recuperare

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Funerali_TogliattiPuò rinascere un nuovo partito comunista senza per questo essere collocato sotto teca nel museo della nostalgia? A vent’anni dalla “svolta” dalla Bolognina (12 novembre 1989) chiunque si ponga questo interrogativo deve per prima cosa posare lo sguardo sulle macerie che costellano il paesaggio repubblicano. L’ombra di quel che eravamo,  come il titolo dell’ultimo romanzo di Luis Sepulveda, non ci rimanda ad una mitica età dell’oro o, tantomeno, alla riproposizione di linguaggi, metodi, azioni e liturgie del passato.

Eppure… Eppure le dure necessità della storia spingono quanti si ostinano a chiamarsi orgogliosamente comunisti a sporgersi dalle finestre delle loro sedi e osservare una realtà che scorre, che cambia ma che non è proprio bella da vedersi. La categoria della necessità dunque s’impone come una missione da assolvere, riprendendo la trama di un disegno (e di un sogno) strappato.

A guardare i lembi lacerati di quella storia antica si può pensare che la nuova missione sia impossibile. La sinistra di estrazione comunista, stanca e logorata, è fuori dal parlamento e sembra parlare inascoltata al deserto. Il partito principale dell’opposizione , il Pd, - di strappo in strappo, di abiura in abiura -  è come l’ultima, piccola, matrioska di un giocattolo un tempo ben più grande. Intanto la destra italiana ha messo serie ipoteche sul destino futuro della Repubblica, sulla sua etica pubblica, sulla costituzione materiale con Berlusconi e il blocco padronal-populista che lo sostiene.

Metti una sera a Portomaggiore (Ferrara), nella serata conclusiva della festa provinciale dell’Unità della sinistra, una sorta di communist-pride con Cesare Salvi (Socialismo 2000), Jacopo Venier (Pdci) e Oggionni (Prc) a parlare di federazione della sinistra, di nuovo socialismo, di necessità storica che impone la presenza dei comunisti.

Tanti anni senza il Pci hanno cambiato l’Italia e la sinistra. In peggio, non ho dubbi. Non certo perché ritenga salvifico rifugiarsi sotto ombrelli identitari rassicuranti, ma perché è venuta meno la presenza di una grande forza con profonde radici nella storia dell’Italia, elemento fondatore della Repubblica, motore primo delle conquiste sociali, organizzatore di conflitti e di lotte ma capace di governare. Quel partito mai settario o corporativo, attento a interpretare sentimenti profondi, poco amante delle avanguardie fumose e delle parole d’ordine infiammate. Sempre attento agli interessi generali dell’Italia, capace quindi di scelte non facili in nome di valori più grandi.

Quando si rivendica a se una storia così grande ci si imbatte anche in errori e gravi ritardi che ne hanno accompagnato lo sviluppo. Eppure, perché dopo tanti anni di Cosa 1 e Cosa 2, di Pds e Ds, di Rifondazioni e scissioni si avverte acuta la mancanza di una forza politica che sia, non dico figlia legittima, ma almeno parente prossimo di quello che è stato il Pci?

Si dovrà ben analizzare la “svolta” della Bolognina, non liquidarla schematicamente. Nasceva da premesse profonde ma venne “schiacciata” e accelerata dall’emozione della caduta del Muro di Berlino, avvenuta appena  tre giorni prima. L’uno e l’altro episodio non erano atti isolati e improvvisi. Sia lo sgretolamento ineluttabile dell’impero sovietico che l’avvio del cambio di nome del Pci per la costruzione di una forza nuova della sinistra avevano radici e necessità.

Tuttavia il timore del gruppo dirigente occhettiano di restare travolto dalle macerie di quel muro diede gambe all’idea che era giunto il momento di cambiare. Il Pci aveva avviato anche altre volte un confronto interno sulla necessità di trasformarsi e anche il cambio di nome non era argomento tabù (almeno in tre occasioni: nel 1945, bel 1965 e nel 1985 dopo la morte di Berlinguer).

L’idea era quella di allargarsi nella dimensione di un “partito del lavoro” che partendo dalla peculiare esperienza comunista italiana inventasse qualcosa di diverso dalle socialdemocrazie nordiche. La caduta del muro condizionò il confronto, impose alla discussione l’angoscia di un cambiamento per non morire, dell’apertura di una nuova prospettiva socialista. Le certezze erano cadute ma il Pci aveva l’intima convinzione di poter stare in campo in mkodo originale, anche cambiando nome e natura.

L’esperienza del Pds si è riversata nei Ds. E oggi, dopo tanti anni, appaiono nitidi tentativi, prove generali di una lenta confluenza verso un nuovo contenitore che ha eliso la parola "sinistra" e si è allontanato dalla ragione sociale “della ditta” come ama dire Bersani. Ha davvero dunque un senso accettare la sparizione di una cultura politica, di un ancoraggio storico, di una tradizione?

Ma gli elettori del vecchio Pci in larga parte scelsero di seguire prima il Pds e poi i Ds. Forse un senso di appartenenza, forse anche la convinzione profonda di reggere a qualsiasi prova hanno portato poi alla confluenza nel Pd che resta una grande forza ma dai connotati incerti.

Per quanto riguarda i comunisti che scelsero di restare tali (Prc e poi Pdci) la loro vicenda politica è costellata da slanci identitari, ricerche generose quanto velleitarie, grossolani errori tattici e strategici. Il Prc, ad esempio, ha sempre oscillato tra ricerca del nuovo a sinistra e l’ancoraggio identitario. Tra l’esigenza di partecipare a governi progressisti e la voglia di lisciare il pelo a irragionevoli parole d’ordine. Oggi Pdci e Prc, dopo una serie impressionante di sconfitte, si ritrovano a guardare in faccia alla realtà che è peggiore di quel che si pensi.

Torniamo dunque a quella festa di Portomaggiore, con parecchi pochi giovani sorridenti e carichi di passione civile e politica. La domanda che sale da quel popolo di sinistra è l’unificazione di due partiti comunisti che separati non hanno più ragione esistere.

Senza timidezze, spendendosi con coraggio.  La Federazione è certamente un passo in avanti necessario, ma non deve diventare l’obiettivo da raggiungere. Semmai è lo strumento per preparare dal basso la confluenza dei due partiti e delle associazioni che condividono il progetto in un’unica formazione politica. Non c’è scampo: si dovrà chiamare partito comunista e nonj dovrà immaginare di fare una sorta di Rifondazione allargata.  Dovrà presentarsi di fronte al paese riprendendo dai cassetti della storia il meglio di una vicenda antica fatta di dedizione, impegno disinteressato, onestà adamantina, capacità di organizzare e dirigere movimenti (piccoli o grandi che siano), e accettare la sfida del governo e della trasformazione, capace quindi di costruire alleanze.

Capace di promuovere gruppi dirigenti fortemente rinnovati, curiosi di osservare il mondo e di innamorarsi della difesa dell'ambiente e della causa dei lavoratori. Col coraggio di andare controcorrente senza cedere alle lusinghe della politica spettacolo e del bla-bla televisivo.

 Altri treni non passeranno più. L’ombra di quel che eravamo continuerà a perseguitarci se questa occasione non sarà perseguita sino in fondo.
 

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