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Ferrara e il centro sinistra: rischi e nemici (palesi e occulti)

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franceschini Dario Franceschini nella sua Ferrara si gioca una delle partite più insidiose: la riconferma delle amministrazioni di centro sinistra che, ininterrottamente dal dopoguerra, guidano gli enti locali della provincia. Sarà meno scontato che in altre elezioni, almeno per il Comune capoluogo. Per la Provincia la Zappaterra sembra avere la vittoria in tasca da subito.

Serve una premessa. In questa provincia il Pd ha ricercato quella fusione di culture che, altrove, stentano a farsi contaminare. In Emilia-Romagna la storia ideale e quella materiale della sinistra (fatta di iscritti, sedi e apparati) del vecchio Pci da un ventennio ha traslocato prima nel Pds, poi nei Ds senza soluzione di continuità. Pds e Ds “erano” ancora il partito, quello fatto di idealità e passioni, di feste dell’Unità e disciplina, di voglia di battersi e orgoglio “riformista”.

 

Un pezzo grande di quella fabbrica di democrazia è entrata poi nel Pd e la cosiddetta amalgama, la contaminazione, ha fatto sì che in Emilia-Romagna, come ha osservato qualcuno, i generali ora siano scelti tra gli uomini un tempo nella Margherita (in gran parte ex Dc) mentre le truppe sono sempre quelle che vengono dalla storia della sinistra. Franceschini ha pesato molto su gran parte delle decisioni, ben prima di diventare il segretario nazionale del Pd.

Si tratta di passiva generosità degli ex Pci-Pds o della accettazione di una realtà? Che cioè la tradizione della sinistra sia essiccata e debba espiare qualche colpa? Che, cioè, debba stare ferma uno o più giri? D’altra parte Rutelli lo ha onestamente ricordato: il Pd non è un partito di sinistra.

Non sono aspetti da poco, anche se la forza (e l’idealità) del Pd emiliano-romagnolo lo mettono ancora al riparo da scelte imbarazzanti come quella fatta a Firenze per il candidato a sindaco: il giovane Renzi, l’Obama toscano, al quale è venuto a noia l’antifascismo.

Torniamo a Ferrara. Dopo la lunga e produttiva era soffrittiana è arrivato Gaetano Sateriale. Sindacalista, gentiluomo, intellettuale acuto con la passione dela storia. Con una sua idea di città e dei rapporti politici e sociali, fatta di regole e doveri. Certamente un uomo aperto pur con tratti a volte ruvidi perché poco incline al commercio delle indulgenze. Per nulla demagogico, non ha  cercato applausi e ha sicuramente lavorato con impegno. Sono stati dieci anni di governo non facili, cominciati all’insegna dell’idolatria del rinnovamento (esigenza reale ma vissuta come una bruciante e ansiosa necessità) e proseguita alla ricerca di idee forti per Ferrara.

 La città non è rimasta ferma, né sul piano culturale né su quello sociale pur con diverse criticità. I dati sono pubblici, sia per l’occupazione che per numero di imprese e sono tutti in crescita. Sateriale presenta un conto positivo e la città gode di un'immagine eccellente sui media mondiali.

Perché ho scritto queste cose? Perché il centro sinistra ferrarese si trova davanti degli ostacoli e corre dei rischi alle elezioni amministrative. Nel capoluogo si stanno intrecciando tre questioni: la proliferazione delle liste civiche o pseudo tali (alcune rancorose in modo caricaturale) , la chiusura a sinistra e l’ostilità aperta di una parte del mondo imprenditoriale impersonata dal costruttore Mascellani, patron della squadra di basket.

Mascellani ha scelto, prima lo scontro aperto (vedi il caso palasport) poi la strada del vittimismo mescolata a quella dei contenziosi legali. Eppure questo impresario col Comune lavora e fa affari in grande stile. Vogliamo ricordare un piccolo elenco tratto da fonte ufficiale: con la Cogef sta ultimando un intervento nell’ex fornace, con la Magazzini Darsena partecipa all’accordo di programma per l’accesso a finanziamenti regionali per realizzare lo studentato di Darsena City e altre iniziative; con la società Cir si è aggiudicato i lavori per opere di urbanizzazione di via del lavoro (3.429.000 euro) e di via Darsena (2.900.000 milioni). L’elenco potrebbe continuare.

Mascellani è uno dei nemici del centro sinistra. Gli altri avversari sono nelle liste civiche e nella destra ferrarese che candida come anti-Tagliani, Giorgio Dragotto. Inviso ai suoi, ex Publitalia, simpatico, corona il sogno di competere alla guida del comune. Non ha molte speranze ma non va sottovalutato.

Si dirà, poca cosa. Invece la somma di queste ostilità possono creare un corto circuito aiutato dal fiume di denari che sta scorrendo copioso in questa campagna elettorale. E, dunque, la domanda sorge spontanea: perché l’ottimo Tiziano Tagliani, popolare e stimato, non ha accettato (come a Bologna) l’intesa con la sinistra che l’avrebbe sospinto alla vittoria sin dal primo turno?

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