Il cosiddetto “popolo viola”, al di là delle fantasiose definizioni che durano una stagione (ad esempio La Pantera, l’Onda etc) è il sintomo che l’Italia – a differenza di quanto scrive Le Monde – non è rassegnata “come ai tempi del fascismo”. E’ invece presente, in questo movimento, una carica democratica vitale che sembra sufficientemente impermeabile alle lusinghe dell’immoralità, della corruzione e della furbizia.
Può apparire “minimalista” e puramente “difensivo”parlare di Costituzione. Eppure in questa fase politica, segnata dalla deriva autoritaria, dallo svuotamento del Parlamento, dall’emergere di una nuova questione morale e da un decadimento dello spirito pubblico, il cosiddetto “popolo viola” porta una carica innovativa e, per certi versi, rivoluzionaria.
Hanno il sapore della rivolta, parole d’ordine che in altri tempi (anche durante il terribile centrismo repressivo quando la polizia uccideva i sindacalisti) sarebbero state considerate ovvie come “la legge è uguale per tutti”. Sono invece esigenze vitali, come un urlo disperato che sale strozzato da un popolo, da una certa opinione pubblica, che individua e avverte il pericolo, probabilmente meglio di altri, e chiede qualcosa di più della semplice protesta.
Lo sfaldamento del sistema di contrappesi istituzionali, la costruzione da parte di Berlusconi di solidi salvacondotti giudiziari per sfuggire ai processi, forniscono l’immagine di un Paese alla deriva che scivola rapidamente verso la crisi finale della Repubblica. I segnali sono evidenti in un Paese dove si rafforza l’eterno malaffare e il fascismo strisciante che è dentro la pancia degli italiani.
Il rischio del “popolo viola” è quello di durare poco, di non reggere. Di chiudersi in un’alterità poco comprensibile a quanti vogliono condividere temi e lotte comuni e che pur si rifanno ai partiti di opposizione. Non si tratta di giacobinismo (che era una faccenda maledettamente seria) ma di infantilismo. Un movimento di questo tipo dovrebbe invece puntare a fare il pieno di consensi e adesioni, contaminare tutti, anche i timidi e i pavidi.
Cacciare le bandiere di partito da una manifestazione non è legittima difesa da ipoteche (anche se l’Idv ha certamente esagerato con la pretesa di identificarsi con il movimento viola e ne paga le conseguenze ) ma tracima in un timore altezzoso, in diffidenza verso la politica che può sconfinare nel qualunquismo.
L’urlo che sale da piazza del Popolo non è la rabbia inesausta scaturita da alcuni commentatori mai soddisfatti o da direttori di riviste passati dalle barricate alle infatuazioni craxiane e ancora alle barricate. E’ invece un segnale che il paese non è ancora triturato dal comune sentire berlusconiano, che ha energie democratiche e repubblicane tali da riuscire a sconfiggere l’orrendo mostro che si sta plasmando nel fango del potere corrotto e degli scandali.
Il popolo viola non dovrebbe avere paura di contaminarsi anche col “popolo rosso” che ha gli stessi obbiettivi e che si rende conto, perché avvezzo da più tempo a categorie di analisi sul dominio del capitale, che accanto alla deriva democratica c’è anche una colossale redistribuzione della ricchezza con i poveri sempre più poveri e i ricchi persino rinvigoriti dalla crisi in atto. Lo sciopero generale della Cgil a marzo sul fisco è uno dei punti di questa saldatura con i lavoratori dipendenti e i pensionati.
In conclusione: i movimenti devono sparare sul quartiere generale, scuotere i partiti di opposizione perché si oppongano davvero al regime che si sta costruendo. Molto el fastidio e del disprezzo è infatti pienamente giustificato per quanto non è stato fatto e per non pochi comportamenti dei singoli. La critica a queste forze politiche deve invece spingerle a uscire dall’afasia, dalla pigrizia, dalla sottovalutazione. Che tutti facciano entrare nella loro casa l’aria fresca di questi “moderni patrioti repubblicani” senza pretese egemoniche.
































