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Se vince Bersani meno vocazione maggioritaria, più alternativa di governo

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20090812_bersani-franceschiniA meno di un mese dallo svolgimento delle primarie aperte ai cittadini, gli iscritti al Pd, a metà del cammino congressuale, sembrano aver già scelto. Il 55,57% dei partecipanti ai congressi di circolo ha votato infatti Pierluigi Bersani, il 36,46% il segretario Dario Franceschini e il 7,96% Ignazio Marino. Non appena sarà terminata questa fase – per la quale sono chiamati a votare circa 800 mila iscritti – si aprirà quella delle primarie dove si attende la partecipazione di una platea più che doppia.

I giochi non sono ancora fatti, ma un’indicazione abbastanza precisa degli orientamenti della base, e della parte attiva del Pd c’è già. Bersani vince quasi ovunque, in alcune regioni stravince. Primeggia con percentuali superiori alla sua media nazionale in Emilia-Romagna (61,75%), Umbria (58,31%), Abruzzo (70,79%), Campania (59,54%), Basilicata (62,07%), Molise (59,97%), Puglia (72,74%), Calabria (73,46%), Sardegna (67,01). L’ex ministro è in testa in tutte le cosiddette macro-aree ed è avanti in 16 regioni.

Il segretario uscente punta sulle primarie per ribaltare una situazione per lui abbastanza complicata. Franceschini è avanti, infatti, solo in Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Sicilia. Per Ignazio Marino arrivano percentuali di tutto rispetto in Piemonte (17,59%), Lombardia e Friuli.

La lunga ed estenuante campagna congressuale, figlia di un controverso regolamento che sovrappone passaggi elettorali, si sta comunque dimostrando un importante momento di partecipazione democratica. Nulla a che vedere con partiti leaderistici figli di una concezione proprietaria. Proprio questo aspetto è uno dei punti di forza della campagna di Bersani. Il rifiuto cioè di quell’atteggiamnto culturale tipico della segreteria Veltroni che puntava tutto sulla persona del capo – in questo scimmiottando il “principale avversario” – e poco sull’articolazione democratica, anzi vista come un impaccio.

Bersani è partito bene. Ha fatto ben capire che vuole recuperare il meglio della tradizione dei partiti fondatori del Pd e sta ricostruendo il presente riannodando anche un filo della memoria dopo anni di brucianti abiure. E’ ripartito da un legame con i territori, parla dei problemi del Paese, offre una prospettiva di governo. Quale? L’unica realistica.

Se dovesse vincere la corsa, manderebbe in pensione la “vocazione maggioritaria” (suicida autosufficienza) che, partendo dal presupposto di un bipartitismo inesistente, è stata una delle cause (non l’unica perché il giudizio sul governo Prodi era negativo oltre i suoi demeriti) della sconfitta del centro sinistra.

Con Bersani certamente la prospettiva di un’alleanza vasta per il governo del paese che veda uniti il Pd, l’Idv e la sinistra appare più vicina anche se la parte programmatica resta uno scoglio non secondario. Inoltre questo consentirebbe un dialogo con l’Udc anche se questo questo aspetto (il partito "del buon senso" si marcano molte ambiguità).

Dario Franceschini ha messo in questa competizione elettorale una certa energia e freschezza. Il segretario è stato però indebolito, alla partenza, da quella volontà dichiarata di impedire la vittoria “di quelli che c’erano prima”. E’ evidente che un partito ancora terremotato e instabile che vuole periodicamente svellere radici e puntare sulla discontinuità non ha molto appeal. Franceschini ha puntato successivamente su due questioni di fondo di grande impatto:l’attacco forte e incisivo al governo e una campagna basata su gesti forti e simbolici.

Sui tetti con i precari, con le massaie a fare la spesa, con il tricolore sulle sorgenti del Po infettate dai riti leghisti. Sono episodi di una campagna elettorale interna che si intreccia con la quotidiana azione politica contro il governo. Tuttavia è apparsa infelice l’affermazione di qualcuno dei suoi: se vincesse Bersani, una parte del Pd non si sentirebbe più “a casa sua”. La clausola anti-scisione dovrebbe essere rispettata.

 Marino ha il pregio di tenere esta l’attenzione di un partito come il Pd sulle questioni etiche e sulla sua necessaria laicità, una sentinella necessaria.

La lunga campagna elettorale sta dimostrando, infatti, che il Pd è una delle grandi risorse della democrazia italiana, uno dei pilastri nella costruzione di un’alternativa di governo. Ma ha al suo interno orientamenti e stati d’animo che sono il portato di vecchie appartenenze che, invece, dovevano essere portate ad alte sintesi nella nuova forza politica. Alcune contraddizioni (nel Pdl, ad esempio, sono talmente gravi che saranno il pretesto del divorzio tra Fini e gli altri) che intaccano l’anima stessa del partito dovranno essere portate a sintesi, ma sempre nel nome della chiarezza tenendo conto che la laicità non appare negoziabile.

Ma non c’è solo questo. Nel Pd su tutte le questioni si dovrà votare e decidere a maggioranza. Per cui, immaginiamo, non ci saranno tentennamenti su alcune questioni etiche ma anche su quelle sociali (ad esempio la Cgil non dovrà mai più essere lasciata sola contro i Berlusconi e i Sacconi). E, finalmente, l’opposizione dovrà essere degna di questo nome.
Per saperne di più: www.partitodemocratico.it

 

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