Bersani vuole rifare l’Ulivo. O meglio, vuole tentare di ricostruire un’alleanza di governo di centro-sinistra. Mettere da parte la vocazione maggioritaria, idea ambiziosa e corretta in un sistema bipartitico ma non adatta all’Italia, significa riprendere il cammino per costruire intese programmatiche tra le forze di opposizione.
Il 25 ottobre le primarie democratiche probabilmente confermeranno i risultati emersi dalla consultazione degli iscritti e la vittoria di Bersani avrà anche l’imprimatur dell’elettorato. Dovrà mettere subito mano al partito. Che, secondo le sue argomentazioni, dovrà essere di massa, di combattimento, poco incline al populismo ma attento alle alleanze. Bersani ripete che il pd deve parlare anche a coloro che guardano Rete 4. L’idea è che occorre presentarsi con le proprie idee di sinistra e democratiche ma cercando di togliere voti al pdl.
Emerge qui il primo vero nodo. L’assenza di Rutelli alla convenzione di domenica 11 ottobre non è stato e non sarà un gran danno. Da tempo l’ambiguo ex leader della Margherita è impegnato nella ricerca di un ipotetico e irreale Grande Centro, rifiutato persino da ex Popolari e vagheggiato soltanto da Casini per baloccarsi nella pratica andreottiana dei due forni.
Il nodo è però il tasso di moderatismo del Pd, la sua capacità di fare scelte anche radicali in nome di un riformismo progressista, accompagnando la crescita di una stagione di diritti, facendo una vera e implacabile opposizione al governo, sostenendo le rivendicazioni che vengono dai ceti popolari. Bersani non ha mai mancato a un appuntamento della Cgil: il Pd dovrà risolvere il suo rapporto con Cisl e Uil oggi ridotti a tristi controfigure fiancheggiatrici dell’esecutivo.
Lo scontro interno al Pd riguarda la sinistra italiana e tutte le forze che possono dare una prospettiva nuova all’Italia. Nessuno dunque guardi la vicenda dei democratici con sufficienza.
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