E’ stato giusto e, soprattutto, necessario sciogliere il Pci? A poco più di 18 anni da quel XX congresso che sancì la fine del Partito comunista italiano e la nascita del Pds (che divenne successivamente Ds e che, due anni fa, confluì nel Pd) si tratta di una domanda che riguarda direttamente le radici, la natura e il futuro della Sinistra italiana.
E’ del tutto evidente che la riflessione nasca proprio dalle misere condizioni della Sinistra nel nostro Paese, costretta a chiedere ospitalità ad un “altro partito” (il Pd ma anche nell’Idv) o a sopravvivere frazionata in un paio di partiti comunisti e varie formazioni che, prese insieme (vedi il risultato delle Europee), raccolgono poco meno di due milioni di voti.
Condizioni disastrose, dunque, anche e soprattutto se analizziamo la potente offensiva conservatrice e reazionaria che ha investito l’Italia da tre lustri e che la Sinistra non è stata in grado di contrastare efficacemente.
Se si può non condividere il fatto che il fascismo abbia vinto a causa e soprattutto per la divisione dei partiti del movimento operaio, oggi al contrario non si può negare che il berlusconismo (inteso come tentativo di costruzione di un inedito regime reazionario) abbia attecchito anche per la mancanza di un partito come il Pci.
Cosa era e come funzionava questo decantato partito comunista e perché ,oggi, in tanti ne rimpiangono la scomparsa? Naturalmente occorre evitare discussioni costrette eccessivamente sul filo di sterili nostalgie, tanto appaganti quanto politicamente improduttive. Invece sembra opportuno riandare a ricordare certe caratteristiche del Pci che fecero di quel partito una grande forza popolare insieme di combattimento, di educazione civile delle masse e di governo.
Ricostruire i tratti salienti del Pci rende ancora più incomprensibile e colpevole la frettolosa quanto indecente svendita che di quel patrimonio politico e umano è stata fatta negli ultimi quindi anni.
Parliamo di un partito che viveva nelle pieghe della società italiana, rappresentando gli interessi e la funzione generale della classe operaia e lavoratrice. Era un partito comunista che, pur nascendo sull’onda del grande evento storico della Rivoluzione d’Ottobre, riuscì a diventare una forza sempre più nazionale e di massa dai tratti originali.
Con Antonio Gramsci il Pci imparò a non fare del marxismo un corpo di regole e di formule fissate una volta per tutte. Il marxismo, al contrario, generò nel comunismo italiano una tendenza creativa e critica che contribuì a farlo diventare uno strumento adeguato a capire e a trasformare la società.
Oggi si guarda con un certo stupore al grande radicamento del Pci nella storia italiana. A ben guardare, quel partito non mancò i grandi appuntamenti della storia nazionale. Combattè il fascismo anche in clandestinità, fu il partito decisivo nella Resistenza e il protagonista della nuova Italia: Repubblica, Costituzione, difesa e sviluppo della democrazia.
Assai poco dogmatico, il Pci affrontava e tentava di risolvere i problemi delle masse. Quei problemi che venivano resi maturi dai diversi processi storici. Certo non con atteggiamenti sempre adeguati e coerenti, non privi di errori, limiti e anche arretramenti.
Una delle questioni cruciali per capirne il radicamento sta proprio in un’altra intuizione gramsciana: quella del blocco storico in una società complessa come quella italiana. La ricerca quindi del “compromesso” divenne una delle caratteristiche della politica del Pci, un misto di realismo impastato di principi con al centro la prospettiva socialista.
Gli italiani, anche quelli che non lo votavano, ne riconoscevano la funzione di partito necessario alla difesa degli interessi delle classe popolari e alla crescita della giovane democrazia repubblicana. E la reazione fece di tutto per schiantarlo (dallo scelbismo al piano Solo, dal golpe Borghese a Gladio fino a Moro e alle Br).
Naturalmente l’opera di Palmiro Togliatti giganteggia nella storia comunista e in quella italiana. La necessaria e opportuna discussione –anche critica - sulla sua opera non può prescindere dal fatto che sia stato un protagonista assoluto del secolo breve.
Dal partito nuovo, alla concezione delle alleanze sociali e politiche e a quella dei rapporti internzionali, le scelte di Togliatti portarono il Pci a costruire una certa egemonia nella società italiana, a diventare cardine della democrazia e strumento per la costruzione di una società nuova in senso socialista.
Un processo non facile, in condizioni spesso difficili e in presenza di avversari decisi e spietati. Con Togliatti avanza la via nazionale al socialismo e si rafforza la sua idea (esposta nel memoriale di Yalta) che i comunisti per far vanzare la democrazia devono “vincere il loro isolamento” per inserirsi in modo attivo nella vita del Paese e diventare un movimento di massa.
E' grazie a quelle scelte complesse che il Pci, con Enrico Berlinguer, ebbe in seguito la sua grande crescita. Un partito nazionale e di massa, non dogmatico e aperto ai fermenti nuovi. Autonomo dall’Urss e inventore di Terza via ed Eurocomunismo. Nemico giurato del terrorismo e della corruzione e del clientelismo. Scuola di democrazia. Partito serio, rigoroso, combattivo e mai estremista.
Né agitatorio o semplicemente propagandistico, capace di orientare e raccogliere le istanze popolari. Ma anche di ben governare comuni, province e regioni. Berlinguer porta al massimo sviluppo le questioni dell’autonomia internazionale e dell’analisi della società italiana. Compromesso storico e alternativa democratica rappresentano due linee strategiche in momenti storici differenti ma con al centro la consapevolezza della fragilità della democrazia italiana e della sua salvaguardia.
Questa, troppo lunga, elencazione di persone e fatti del Pci che ho svolto si scontra irrimediabilmente con la caduta del muro di Berlino e il crollo dell’Urss. Oggi è giusto chiedersi: il Pci sarebbe sopravvissuto a quelle macerie senza una profonda trasformazione della sua natura o ne sarebbe stato travolto al pari di altri partiti comunisti?
Eppure il divario storico – come lo chiamava Paolo Spriano – tra le nostre esperienze nazionali e quelle dell’Est, e “la fine dell’equazione ideologica” per cui una società socialista in quanto tale è sempre più democratica di una società capitalistica (questo fu il lascito di Berlinguer) potevano mettere il Pci al riparo. Si ritenne il contrario.
Un partito marxista ma inclusivo delle correnti culturali più avanzate della società italiana era stato il Pci. Dunque, perché si decise di scioglierlo e (in seguito) di consentire uno scempio sulla sua storia?
La trasformazione del Pci partiva da una giusta idea, che il partito non è mai un fine ma un mezzo. A questo si aggiunse il “non detto” che cioè, per costruire una società più giusta e democratica, il nome “comunista” fosse d’ostacolo e persino dannoso.
La proposta di rifare un nuovo grande partito della sinistra italiana e del lavoro (idea non nuova sin dal dopoguerra, vedi Amendola) poteva avere le sue grandi possibilità a patto di incorporare in esso la grande storia e la forza del Pci.
L’esperienza stessa dei Ds, aperti a una maggiore contaminazione con culture diverse laico-riformiste e democratiche, si inseriva (pur in un quadro di sempre maggiore debolezza teorica e politica) in un tentativo coraggioso. Invece la nascita del Pd, con la caduta della S di sinistra è la rappresentazione di uno sviluppo ulteriore (o strappo) da quella storia antica.
Il risultato è stato devastante, è come se fosero cadute le difese ed eliminati gli anticorpi per contrastare le infezioni. L’offensiva reazionaria della destra, politica e culturale, ha attraversato la società italiana con più facilità di quanto si pensasse. L’attacco alla Repubblica, alla Costituzione, al sindacato, ai diritti si è accompagnata a una vigorosa trasformazione della qualità della nostra democrazia. Lentamente ma inesorabilmente l’opposizione è mancata, nel Parlamento e nel Paese.
Oggi la Sinistra in Italia non ha rappresentanza nel Parlamento nazionale. E’ frazionata in due partiti comunisti e in altre forze che vagheggiano cantieri e di aprire le ennesime pagine nuove.
Ripartire dai comunisti si può, a patto che posizioni minoritarie, eccessivamente identitarie o, peggio, estremistiche non trovino spazio. Rifarsi alla storia del Pci – per adeguarla ai tempi attuali – non deve rapprsentare un artificio retorico per strappare applausi.
Serve un nuovo Pci all’Italia? Per rimettere in piedi la sinistra non elitaria e staccate dai problemi del lavoro, sì, serve. Ma non è utile un partito agitatorio, una sorta di salvagente per polverosi relitti storici (che non si discuta di Trozki e Stalin, per carità) o una federazione di spezzoni di qualcosa. Occorre saper indicare prospettive ma senza l’illusione dell’isolamento compiaciuto. Bisogna avere il coraggio di assumere su spalle gracili, per intero il peso di una grande storia.
Moltissimi elettori che si dicono di sinistra o, addirittura, comunisti votano per il Pd un partito progressista che fatica a definirsi, invece, di sinistra. La lista unitaria dei comunisti è stata una buona cosa ma il messaggio non ha sfondato. Possibile che milioni di cittadini che votavano la falce e martello in poco meno di un ventennio siano diventati tutti moderati o smemorati?
Quegli italiani di sinistra vogliono, in realtà, riconoscersi ancora in un partito che non coltivi certezze minoritarie e integraliste ma sia una forza unitaria capace di misurarsi con le questioni di ogni giorno senza accontentarsi dello sventolio delle bandiere.
La nascita di un nuovo Pci, espressione delle culture di sinistra più avanzate, è una necessità dell’Italia. Altre strade, generiche e liquidatorie, hanno portato un grande patrimonio in un vicolo cieco.
































