«Quando due milioni di giovani non studiano e non lavorano, e aumenta il numero di persone disoccupate vuol dire che siamo vicini al baratro e la stessa coesione sociale è fortemente a rischio». Luciano Gallino, sociologo e studioso dell’industria e del lavoro in Italia, crede che la trattativa tra governo e parti sociali debba partire mettendo al centro la questione-lavoro. E che per risolvere i problemi lo Stato debba intervenire direttamente sull’occupazione.E’ pessimista sull’incontro di oggi?
«Discutere di mercato del lavoro con la speranza che questo produca occupazione è un’illusione, è prendere lucciole per lanterne. Se vogliamo parlare di riforma del mercato del lavoro si deve guardare ai 4 milioni di precari per ridurre l’area di lavori indecenti e accrescere quelli decenti».
Serve il contratto unico?
«Bisogna sfoltire la quarantina di contratti, in gran parte atipici, per tornare a un solo tipo di contratto a tempo indeterminato con pieno orario».
Si parla di un triennio in prova con possibilità di licenziamento.
«Proposta singolare, fuori dal mondo. Il periodo di prova deve essere più breve. Perché tre anni?»
Confindustria giudica la rigidità del mercato del lavoro un ostacolo alla crescita.
«Da trent’anni la presunta rigidità del mercato del lavoro è sotto attacco in Italia, a partire dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori«.
Come è ora la situazione?
«La cosiddetta rigidità è talmente diminuita che non c’è più. I dati Ocse indicano chiaramente che, dal 1996 al 2008, la protezione sul lavoro è diminuita. Siamo passati da un indice di alta rigidità, il 3,57, a un indice dell’1,89. Significa una tutela meno che media che ci porta dietro Germania, Francia e anche Spagna. Tutto questo nasce con il pacchetto Treu, con la legge 30 che ha moltiplicato i contratti precari al punto che un’intera generazione ne è stata compromessa».
Ma l’articolo 18 è sempre un argomento di polemica e scontro.
«La flessibilità in uscita è già cresciuta. Devono spiegare quale rapporto ci sia tra la facilità di licenziare e la crescita dell’occupazione.
Quale potrebbe essere la strada da seguire?
«Sfoltire i contratti ma anche creando occupazione. Il mercato non basta, serve solo a regolare i flussi. Per creare il lavoro, mi si perdoni la tautologia, bisogna crearlo. La situazione è di estrema gravità, siamo quasi alla rottura della coesione sociale. Servono leggi per facilitare l’ingresso dei giovani, non agevolarne l’uscita«.
In che modo?
«Lo Stato operi in prima persona, l’Italia faccia come Obama che ha stanziato somme ingenti per creare occupazione non in grandi opere ma in lavori come i restauri di ponti, scuole, dighe, strade».
Vindice Lecis, dai quotidiani locali del Gruppo Espresso





































