Dalla Robin Tax ai Tremonti bond. Dalla dilazione dei pagamenti dei mutui agli straordinari detassati. Dalla social card al saccheggio dei fondi Fas, fino ai tagli su scuola e sanità. La linea di Tremonti produce flop e danni. E non è mai in asse con i bisogni e le esigenze del paese.
Il ministro dell’Economia ha dalla sua una genialità luciferina. Le sue continue dotte citazioni (le ultime riguardano la Quaresima e l’Apocalisse) gli hanno conferito la patente di primo della classe. Fiero avversario della sinistra e del sindacato ma anche dei professori presenti dentro il governo (da Brunetta, altro Nobel mancato, a Sacconi, ex socialisti come lui), ha fama di antipatico e di erdudito millenarista. Nel precedente governo, Berlusconi lo liquidò senza tanti complimenti per pagare una cambiale a Gianfranco Fini.
Ma non è questo che ci interessa, almeno ora. Qui vogliamo solo segnalare i due fallimenti consecutivi del genio di Pavia. In rapida successione: prima la punitiva (per le banche) Robin tax, poi i Tremonti bond. In mezzo ci sono molte altre cose, come i tentativi di controllare il credito con i prefetti e le previsioni contenute nel suo libro, che ha avuto un certo successo, dove passava disinvoltamente dalla teorizzazione del “turbo capitalismo” alla critica della globalizzazione.
Alcune posizioni contenute in quel testo coincidevano con quelle del pensiero economico della sinistra, ma lui tranquillamente transitava dal liberismo a una visione a spanne del marxismo senza colpo ferire. Come ha scritto l’economista Nicola Cacace sull’Unità, le ricette da lui proposte “non toccavano la causa prima della crisi, la crescita delle disuguaglianze con calo di domanda da parte di due terzi dei cittadini impoveriti e finanza speculativa da parte del terzo dei cittadini arricchiti”.
I Tremonti bond, l’unica azione di un qualche peso messa in atto di fronte alla crisi (non si ha notizia di misure sociali di un certo peso da parte del governo a meno che non si voglia considerare tali la social card) e salutati con grande emozione dalla grande stampa sono, in pratica, falliti.
Semplicemente queste obbligazioni garantite dallo Stato e destinate alle banche che le avrebbero dovute emettere al tasso-mostro dell’8% non vengono utilizzate dagli istituti di credito. Come hanno spiegato valenti economisti, nessuna banca ha finora aderito a queste obbligazioni con garanzie statali.
L’economista Cacace ricorda che Montepaschi e Unicredit (mica bruscolini) hanno preferito emettere obbligazioni ma senza garanzia pubblica “pagando un rendimento in linea col mercato e raccogliendo una buona domanda”. Tradotto per noi che non capiamo molto di economia e finanza: non si fidano del ministro perché se dovessero fallire diventerebbe un creditore privilegiato.
































