Lo shopping di Marchionne si è fermato a Berlino. L’amministratore delegato della Fiat voleva acquisire una casa automobilistica concorrente come Opel, proponendo ai severi governanti tedeschi molti asset, tante strutture ma zero soldi. Probabilmente il suo piano industriale era solido e lungimirante ma il gruppo austro-tedesco finanziato dai russi, Magna, aveva ben altri sponsor.
Anzitutto l’ex cancelliere Schroeder, a capo del consorzio del gasdotto, e influente dignitario socialdemocratico che ha certamente sponsorizzato i russi. Allo stesso modo i governatori, sia Cdu che Spd, non hanno mai visto di buon occhio un marchio italiano che avrebbe assorbito un’industria tedesca. Uno di questi governatori ha persino definito la Fiat una “scatola nera”.
Infine, la Fiat ha dovuto scontare la diffidenza dei sindacati tedeschi e della loro esperienza di cogestione così diversa dalle nostre relazioni sindacali.
Il marchio Fiat esce a testa alta e ora Marchionne potrà dedicarsi al suo risiko internazionale. Anzitutto si occuprà della Chrysler, poi tenterà di concupire la svedese Saab e, infine, dei lavoratori degli stabilimenti in Italia che sono, in gran parte, in cassa integrazione. Il flop tedesco riporta i riflettori sulle fabbriche di casa nostra, in particolare quelle a rischio come Pomigliano e Termini Imprese.
Due sono gli insegnamenti da questa vicenda. Il primo riguarda il governo italiano che ha completamente lasciato solo l’ad della Fiat, la più grande industria nazionale. Marchionne mentre incontrava i governi americano e tedesco non aveva alle spalle quello italiano. Sacconi e Scajola hanno parlato poco e tardi. Berlusconi non ha mai detto nulla di veramente significativo. Un deputato di lungo corso come Pierluigi Castagnetti ha adombrato il sospetto che il premier abbia aiutato il suo amico Putin.
Il secondo insegnamento ci rivela come la Fiat abbia pagato la mancanza di una guida autorevole dell’Italia. Il nostro Paese non conta molto sullo scenario internazionale, il suo cammino è costellato di errori, gaffes e ingenuità. E’ ancora un’anatra zoppa orfana di Bush incapace di costruire una politica estera degna di questo nome se si esclude il rapporto, apparentemente privilegiato, con la Russia.
Ora il rischio è che paghino i nostri lavoratori e le produzioni italiane. Il ministro Scajola non convince quando ricorda gli incentivi per la rottamazione come valore strategico ed è sinceramente patetico batte una pacca sulla spalla a Marchionne con un imbarazzante “il mondo è grande”.
Siamo l’unico paese che non ha aperto un tavolo di confronto con sindacati e regioni interessate sul destino dell’auto e non ha sborsato un euro a sostegno dell’industria. Il governo assiste così passivamente allo svolgersi degli eventi come sta facendo anche con la crisi segnata dal crollo dell’occupazione e della produzione.
































