«La Fiat non sfrutti il risultato, certamente inferiore alle attese, per disattendere il promesso investimento o come pretesto per evitare di riaprire un tavolo di confronto anche con la Fiom». Il sociologo del lavoro Luciano Gallino, è convinto che il Lingotto avrebbe sicuramente preferito un plebiscito ma «ora la Fiat si deve rendere conto che non si può avere tutto».
Quale strada si deve seguire?
«Quella della trattativa sull’accordo».
Il sì comunque ha primeggiato...
«Ma non stravinto. La stessa Fiom, che ha detto no all’accordo ottenendo il doppio di voti rispetto al numero dei propri iscritti, è disposta ad accettare un amarissimo boccone, discutendo di condizioni di lavoro molto dure, dai 18 turni alla riduzione delle pause. Ma la Fiat deve trattare anche per un altro motivo».
Quale?
«L’azienda ha una storia grande, diciamo una reputazione da difendere: perché guastarla spalancando le porte al peggio delle relazioni industriali globalizzate, a pessime condizioni di lavoro. Si gioca in questo modo la reputazione globale. Basta leggere la lettera degli operai polacchi inviata ai colleghi di Pomigliano per capire bene, oltre alla realtà della loro condizione, anche qual è la posta in gioco».
Perché la Fiat ha voluto un accordo che sospende alcuni diritti non derogabili?
«Il motivo risiede nella necessità di imporre pesanti condizioni di lavoro esistenti nei suoi stabilimenti esteri e poi esportarle nelle altre fabbriche italiane. Ma la questione dei diritti sospesi può dare un colpo a chi vuole demolire la nostra Costituzione. Al punto che, come ho già avuto modo di spiegare, qualcuno potrebbe chiedere di mettere subito in discussione quell’articolo 36 secondo il quale il lavoratore ha diritto, pensate, a una retribuzione suffficiente».
Vindice Lecis dai Quotidiani locali del Gruppo Espresso
































