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La politica economica del governo: più disoccupazione e Tremonti sta fermo

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tremontiDi fronte alla crisi, la politica economica del Governo Berlusconi era l’unica possibile? Data la montagna di debito pubblico, la dipendenza dell’economia italiana dalle esportazioni e la quota della nostra domanda interna “rubata” dalle importazioni, non si poteva fare altro? La risposta è nota: il Ministro Tremonti ha fatto tutto il possibile.

Non è così. Una politica economica alternativa non solo era possibile, ma anche necessaria sia, per l’emergenza, per contenere i pesanti effetti della grande transizione in corso sia, in termini strategici, per affrontare i nostri mali strutturali, fonte di 15 anni di impoverimento relativo del Paese.

Per realizzarla, si sarebbe dovuto, innanzitutto, leggere in modo corretto la fase: «Siamo alla fine di 500 anni di ascesa dell’Occidente», scrive sul Financial Times Niall Ferguson, storico economico conservatore. Davanti a noi, c’è un lungo periodo di aggiustamento geo-economico e geo-politico, oltre che fiscale e finanziario, debole aumento del commercio internazionale e del Pil globale e, di conseguenza, elevati livelli di disoccupazione, sotto-occupazione, precarietà del lavoro.

 In secondo luogo, si sarebbe dovuto aver fiducia nelle potenzialità dell’Italia e comprendere che l’Italietta dell’evasione fiscale, dell’abusivismo, dei condoni, del “familismo amorale” è senza futuro, nonostante il tentativo del Ministro Sacconi di sostituire debito pubblico e svalutazione della Lira con svalutazione del lavoro. Insomma, «L’Italia fatta in casa», descritta da Alberto Alesina e Andrea Ichino, non è più nel menù delle opzioni possibili, nonostante la rassegnazione dei liberisti d’assalto di fronte alla difficoltà culturale e storica delle riforme.

Quali i capisaldi di una politica economica nazionale alternativa, nell’impraticabilità della dimensione comune europea? Per rispondere alle emergenze e tenere sotto controllo il debito, si sarebbero dovuti fare interventi una tantum, misure con impatto finanziario soltanto nell’anno di attuazione, ma rilevanti per salvare e qualificare la capacità produttiva del Paese: sostegno al reddito dei disoccupati “atipici”; pagamento di parte dei debiti delle pubbliche amministrazioni verso le imprese; allentamento del Patto di Stabilità Interno per gli investimenti degli enti locali; potenziamento dei Consorzi Fidi per la liquidità alle micro e piccole imprese; mantenimento degli incentivi fiscali temporanei, introdotti dal Governo Prodi, per gli investimenti, l’innovazione, la ricerca ed il risparmio energetico. Inoltre, per innalzare il nostro potenziale di crescita e dare sostenibilità al debito pubblico, si sarebbe dovuto riaprire il capitolo delle riforme strutturali (welfare, scuola, università, mercati, fisco, spesa pubblica e pubbliche amministrazioni, mercato del lavoro, rappresentanza sindacale), della politica industriale (“Industria 2015”); delle infrastrutture (in primis nel Mezzogiorno), del capitale sociale (legalità e civismo).

Il discorso non riguarda soltanto il passato. È decisivo per il futuro: nel 2010 si prevede, sotto ottimistiche ipotesi sul Pil globale, ulteriore aumento della disoccupazione e ancora più acute sofferenze sociali. Ma, il Governo e la maggioranza perseverano lungo una strada sbagliata. Il Ministro Tremonti, a proposito della Legge Finanziaria appena approvata, si vanta di aver “manutenuto la manovra triennale del Luglio 2008”, un impianto costruito per un biennio di crescita dell’1,5% ma imposto ad una realtà a meno 6%.

Non possiamo andare avanti con il minimalismo corporativo. Gli errori vanno corretti. Non sarà facile. Non sono errori tecnici, derivano da scelte politiche a difesa di interessi particolari.

Stefano Fassina da www.unita.it

 

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