Dai licenziamenti rappresaglia ai reparti confino. Dalla fabbrica “italiana” alla delocalizzazione lautamente foraggiata dagli stati nazionali. La parabola di Marchionne l’americano, il socialdemocratico, l’uomo che voleva incarnare il “dopo Cristo” delle relazioni industriali e della produzione moderna su scala globale, affonda nella palude arcaica di un feudalesimo autoritario.
La precondizione di questo modello è avere davanti (o sotto?) un sindacato che però scelga di abdicare al suo ruolo di protagonista accettando di scendere in un sottoscala collaborativo. Che è ben altra cosa della ricerca ostinata di accordi. Per dirla con il ministro Sacconi – che con il collega di governo Maroni è l’antesignano del l’avvelenamento dei pozzi dei diritti dei lavoratori – un sindacato “riformista, partecipativo, cooperativo che esprime vitalità”. Una sorta di sindacato-ologramma, una forza virtuale mai conflittuale, punteggiata da casematte riempite di servizi per i “soci” , che sceglie l’arbitrato, piccona il contratto nazionale collettivo sostituendolo con un generico quadro di compatibilità legato ai singoli territori. Gabbie salariali, paternalismo corporativo, condiscendenza generosa: è il sindacato moderno che sceglie solo di emendare, suggerire al massimo elevare qualche vibrata protesta.
Marchionne si èlanciato in entusiastici complimenti per quel sindacato americano che gli ha steso il tappeto rosso alla Crysler 8° differenza degli operai italiani) e che, con la benedizione di Obama e dei suoi prestiti da restituire a missione compiuta (il salvataggio e il rilancio) gli consente di giocare a un rischioso risiko internazionale sulla pelle dei lavoratori. Perché, a ben vedere, dietro la “doppia Fiat” s’intravvede l’immagine torva di una “bad company” (il settore auto) immaginata come una struttura da spremere, da gonfiare di produttività con una propria agilità garantita solo da relazioni industriali formali (semplici consultazioni o, come Bonanni ha ingenuamente svelato, trattative riservate prima di quelle vere che non arrivano mai).
La Fiat globalizzata ha dunque bisogno della persecuzione sindacale e della divisione dei lavoratori per imporre un modello produttivo ottocentesco, relitto di relazioni industriali superate da più di mezzo secolo. Il ritorno della “metrica”, il controllo delle pause e il loro taglio, la limitazione del diritto di sciopero sotto ricatto di chiusura sono i mattoncini fondanti l’accordo di Pomigliano. Oggi, ha ricordato lo storico Marco Revelli, l’attacco non è paragonabile a quello degli anni Cinquanta ma a un tentativo di “rifeudalizzare” l’industria con l’affermazione del primato del lavoro servile: “Tutto ciò è premoderno”, aggiunge lo storico torinese.
Di Marchionne fornisce un’immagine pittoresca anche Diego Novelli, il sindaco di Torino che ha conosciuto i predecessori dell’ad del Lingotto e che descrive un uomo che si presenta al cospetto di Napolitano col suo maglioncino e che sembra “solo al comando”. Vale a dire che prima in Fiat c’erano i giganti e ora ci abita solo Alan Elkan.
Il rifiuto di dare seguito a una precisa disposizione di reintegro al lavoro dei tre operai di Melfi ingiustamente licenziati dalla Fiat – bollata per attività antisindacale in 16 pagine di decreto – dimostra come il virus del disprezzo delle leggi e della loro applicazione che tanto piace a Berlusconi solleciti anche le corde della grande industria. In attesa delle leggi ad-aziendam di Sacconi con le benedizioni dei sindacati collaborativi che mettono tra parentesi i diritti dei lavoratori.
































