Per favore, non balocchiamoci all’idea che Tremonti ora dica "cose di sinistra". Un giochino che nega la realtà della situazione italiana e non rende giustizia al personaggio passato dal socialismo ragionieristico al berlusconismo. Tremonti non dice cose di sinistra ma gioca una sua partita personale dopo aver dato un contributo non piccolo alla devastazione dello stato sociale.
Tremonti è infatti l’uomo delle infinite giravolte, delle ardite inversioni di marcia, degli azzardati sorpassi. E delle previsioni clamorosamente sballate, giustificate con dotte citazioni bibliche. Il liberismo economico, anche quello più sfrenato e condito di venature leghiste di un localismo pedemontano, è stato per anni il suo faro prima di convertirsi alla critica del globalismo senza regole.
Eppure tutte le sue azioni sono lì a dimostrarne l'abilità nel saltare da una posizione all’altra alla ricerca di un faro che lo illumini mentre calca le scene, benché incurante della coerenza. Negli ultimi anni Tremonti è stato il capofila degli interessi di un certo capitalismo italiano capace di chiudere un occhio di fronte ai picchi di genialità del nostro ministro, specialmente nei suoi eccessi anti-statali (come non ricordare la finanza creativa e la cartolarizzazione delle proprietà dello stato).
Tremonti come un pessimo attore esageratamente valorizzato, sbaglia sempre i tempi della battuta. Propose ai proprietari di case di vendere le proprie abitzioni per poi ricomprarle a rate. Così avrebbe riavviato i consumi. Era una proposta di Bush e del suo staff. Ma poco dopo scoppiò la bolla dei mutui subprime e le cose sono andate piuttosto male.
Attaccò l’Europa per le troppe regole e poi le invocò a gran voce contro la finanza cattiva. Propose di tassare le banche e da ministro le premiò con i Tremonti-bond. Per poi di nuovo attaccarle perché non vogliono farsi controllare dall’esecutivo. Attaccò la Cina per concorrenza sleale mentre ora tuona contro il protezionismo. Puntò l’indice accusatore contro l’ingerenza dello stato e ora rivendica come necessità il suo intervento regolatore. Infine è stato uno dei cattivi maestri dello smantellamento dello stato sociale con i vari Brunetta e Sacconi. Attualmente si accorge di aver sbagliato.
Il liberismo sfrenato coniugato alla finanza allegra, allo smantellamento dei capisaldi dello stato sociale hanno esposto l’Italia ai colpi della crisi ben più di quanto si voglia rappresentare. Il governo Berlusconi (nelle sue numerose varianti) ha avviato uno stillicidio di azioni contro quarant’anni di conquiste sociali e civili che dovevano essere sostituite da un sistema di capitalismo compassionevole, filantropico. Una grande elemosina da erogare qui e la “per i meno fortunati”, non uno stato sociale moderno che sostiene i redditi e si inserisce in un discorso di mutualità.
Ha ragione Bersani: il paradosso di Tremonti non sono le sue piroette ma il fatto che ad ogni cambio di posizione ha semre ricevuto applausi soddisfatti e convinti. Ci si deve chiedere il perché di queste singolari aperture di credito.
Ora la riscoperta del posto fisso può apparire un’ovvietà dopo aver toccato con mano cosa significa immaginre e praticare un’economia fatta di precarietà e incertezza, di giovani senza futuro e previdenza, di licenziamenti facili e di lavori senza orizzonte e soddisfazione. Oltre tutto quasi sempre malpagati.
Bene ha fatto la Cgil a inserrisi come un cuneo nelle contraddizioni di un governo come questo, diviso tra liberisti ed elemosinieri, chiedendo un “tavolo” sulla precarietà. Vedrete, non se ne farà nulla. La Confindustria che è uno dei pilastri su cui si fonda la sopravvivenza del governo, il “pugno” dell’esecutivo agitato a turno dai Sacconi e dai Brunetta (chiamati infatti i “socialisti ei padroni”), ha già posto il veto. Il posto fisso, hanno sentenziato, è il passato. Roba da Novecento.
L’errore è stato quello di trasformare aspetti legati alla flessibilità e all’avviamento al lavoro in una precarietà di massa, diffusa e strutturale. Una precarietà a vita. Ma il Tremonti “di sinistra” nel frattempo cosa fa? Manda a casa 25 mila precari della scuola, il più grande licenziamento di massa mai visto nella nostra storia, una pulizia etnica dei precari che impoverirà il nostro apparato formativo.
































