La stagione congressuale della Cgil – che culminerà con le tredicesime assise nazionali tra il 5 e l’8 maggio a Rimini – si è aperta in un clima cupo per l’Italia. Ma, come è già accaduto in altri momenti difficili della storia nazionale, il più grande sindacato si sta facendo carico non solo degli interessi della parte più debole del Paese, ma ne rappresenta anche la speranza più grande. La Cgil si è caratterizzata, nel ciclo lungo del berlusconismo, come l’unica casa con i muri ancora intatti non solo della sinistra ma delle forze democratiche.
I congressi territoriali e regionali si svolgeranno dunque nel pieno della crisi economica e all’interno della devastazione morale che il centro destra ha imposto al paese. Se la Cgil per mestiere non può indicare un’alternativa di governo, certamente può rappresentare al meglio un baluardo di difesa delle istituzioni e delle conquiste democratiche e civili.
Il più grande sindacato italiano è al centro di una lunga stagione di lotte, in parte difensive, promosse da tempo per contrastare il liberismo e una globalizzazione portatrice di tendenze distruttrici. Ora è argine e difesa dei salariati di fronte a una crisi che non è affatto finita e che sta lasciando sul campo centinaia di migliaia di disoccupati oltre che intaccando diritti fondamentali come quello della contrattazione.
Passare dalla difesa all’offensiva significa fare i conti con una realtà sindacale segnata drammaticamente dalla rottura dell’unità operativa e strategica tra le tre confederazioni. Come è già accaduto in altre stagioni caratterizzate dall’offensiva di destra (Craxi nel 1984 e Berlusconi nel 2001), Cisl e Uil scelgono ciclicamente di chiudere i conti con la Cgil, quasi di sbarazzarsene.
Sognano cioè, senza averne prestigio, forza e consenso, di costruire una fase collaborativa tra sindacati e governo che rimetta in discussione il ruolo stesso della rappresentanza e degli interessi collettivi. Bonanni e Angeletti spiegano che non è tempo di antagonismi e lotta di classe, ma il sindacato che immaginano assomiglia pericolosamete a un ente statale, a un’organizzazione “gialla”, a un ufficio di scambi contrattuali al ribasso.
Epifani sarà rieletto al congresso ma quattro mesi dopo, a settembre, scadranno i suoi otto anni alla guida della Cgil. E’ interessante dunque capire che cosa si stia muovendo ora dentro la più grande confederazione italiana in questa fase congressuale. Candidata a succedere a Epifani sembra essere Susanna Camusso, ma un’altra donna come Carla Cantone, leader dei pensionati, potrebbe avere delle possibilità. Tuttavia il problema non è solo quello del segretario.
La Cgil discuterà e si confronterà infatti su due documenti. Il primo firmato da Epifani e sostenuto dalla maggioranza e un secondo presentato dai leader dei metalmeccanici (Rinaldini), pubblico impiego (Podda) e bancari (Moccia) che potrebbe ottenere il 30 per cento dei voti congressuali. Lo scontro non è tanto sulla fotografia della situazione sociale ed economica del Paese e sui rischi che sta correndo l’Italia sotto il governo delle destre. E nemmeno sul rifiuto della logica perversa e distruttiva degli accordi separati portata avanti da Cisl e Uil
Esiste invece una differenza di fondo sulle caratteristiche che deve avere la Cgil a partire dalla capacità della confederazione di uscire dalla fase difensiva che attraversa il movimento operaio e dei lavoratori in Italia. Conflitto e negoziato non dividono la confederazione, quanto piuttosto la ricerca di un più efficace ruolo della Cgil, la quadratura del cerchio tra lotta e costruzione di accordi. Il mestiere del sindacato non può che passare attraverso una accelerazione delle battaglie democratiche in tutto il Paese. Una sottovalutazione dei pericoli che viviamo sotto Berlusconi sarebbe un imperdonabile errore. Da lasciare per intero a Bonanni e Angeletti, le vere cinghie di trasmissioni con il governo.
































