Un deputato del pd, Donata Lenzi, ha calcolato che il costo della burocrazia che produce la social card (o misery-card) è superiore della cifra che viene erogata con la stessa carta. Si tratta di una sorta di “ridicola paghetta” che non ha portato alcun beneficio per le famiglie colpite dalla crisi.
Il buco nell’acqua realizzato con questa carta-acquisti di poche decine di euro al mese che venne propagandata come un’arma formidabile per impedire alla crisi globale di approdare sul nostro suolo, è ora ammesso dallo stesso governo. Rispondendo all’interrogazione della eputata Lenzi, gli uffici el ministero hanno illustrato i dati del bluff.
Gli utilizzatori sono 450 mila, un terzo della platea che il ministro Tremonti aveva indicato nel momento del lancio della carta (unitamente alla geniale detassazione degli straordinari: mentre si licenzia). La cosa grave è che centomila cittadini non hanno ricevuto nessun contributo per il 2010 per la scadenza dell’indicatore della situazione economica (Isae).
Seguendo orientamenti di politica economica da “capitalismo compassionevole” (con la retorica dei “meno fortunati” sparsa a piene mani insieme alla rassegnazione delle elemosine) il governo ha stanziato 25 euro, una tantum, per l’acquisto di latte in polvere e pannolini per i nati nel 2009.
La politica economica del governo, fortemente segnata da provvedimenti come lo scudo fiscale, è zavorrata dall’incapacità di ridurre il carico sul lavoro dipendente. L’esecutivo non riesce inoltre a produrre politiche di contenimento della spesa pubblica e a vedere la realtà prodotta dalla crisi: la disoccupazione.
Invece di lanciare proclami demenziali come quello del craxiano di ritorno Brunetta di togliere i soldi ai pensionati per darli ai diciottenni, il governo dovrebbe aprire gli occhi sulla crisi e garantire un reale sostegno alle famiglie, ai disoccupati, ai precari. E’ questa la vera questione sociale aperta da un governo che dà ai ricchi e toglie ai poveri.
































