Non dovevamo certo aspettare l’assemblea annuale della Confindustria per scoprire che i “padroni” tifano Berlusconi. Tuttavia ci ha sorpreso la “qualità” del sostegno politico al premier, l’empatia contagiosa tra lui e la pancia confindustriale.
Fa una certa impressione vedere questi azzimati signori, eleganti e abbronzati, spellarsi le mani agli attacchi di Berlusconi alle Camere “inutili e pletoriche”. Slogarsi la mascella dalle risate per le battute sui magistrati (“è come se Mourinho arbitrasse Milan-Inter”). Darsi di gomito alle imbarazzanti battute persino sulla presidente Marcegaglia chiamata “velina”.
Un “blob” mostruoso di parole e invettive, di umori e senzazioni che, aprendosi, mette allo scoperto come denti cariati i fondamentali del potere berlusconiano, l’emergere plastico del consenso attorno a estreme posizioni antidemocratiche. Perché, è chiaro, che il feeling tra Berlusconi e i suoi “colleghi” dura da anni e non è mai stato intaccato dalle pur fallimentari esperienze governative del centro destra.
Piace anzitutto la battaglia anti tasse, la lotta alle regole e alle norme, il liberismo (e poi lo statalismo di comodo). Ma anche la lotta allo stato-padrone, il tentativo di tagliare le unghie al sindacato, le velleità eversive per scassare la Costituzione. Tutto questo è in consonanza con un largo pezzo degli imprenditori .
Negli anni, il “padronato” ha ricevuto molto e dato poco in termini di coesione sociale. Evasione fiscale, precariato, flessibilità esasperata, delocalizzazione di impianti all’estero, licenziamenti sono le stimmate di una buona parte di questa classe dirigente che stravede per Silvio.
E che continua a dargli retta anche quando prima nega la crisi e poi afferma che sta già passando. Anche se è il capo di un governo che in Europa ha investito di meno per arginare lo sconquasso, che promette e non mantiene il taglio delle tasse.
Emma Marcegaglia sostiene il governo, garantendogli una cospicua apertura di credito. Non appena ha osato criticarlo per l’assoluta mancanza di sostegni all’economia l’hanno chiamata “corvo” ed è tornata nei ranghi.
Berlusconi, scrivono i giornali, aveva già avuto visione della relazione il giorno prima. Figuriamoci quanto si deve essere inquietato per l’educata sollecitazione a passare dalle promesse e dagli annunci ai fatti.
Lei, la presidente di ferro, in cambio ha dimenticato di parlare dei lavoratori, di rilanciare le liberalizzazioni e di chiedere il taglio delle tasse, antico cavallo di battaglia (quando governavano altri). Berlusconi, poi, ha usato l’arma di “distrazione di massa” attaccando il Parlamento e i giudici e tutto è finito come al Bagaglino. Sai che risate.
































