Ci sono notizie che faticano a trovare posto nei Tg e nei giornali. Non emergono nella chiassosa ribalta televisiva e non sembrano questioni da affrontare con tanto di esperti e plastici a Porta a Porta. Eppure riguardano la vita della maggioranza delle persone.
Una di queste notizie proviene dall’Ires, l’ufficio studi della Cgil. Lo studio spiega che se la pressione fiscale fosse rimasta invariata dal 1980 ad oggi, ogni lavoratore avrebbe in busta paga 3215 euro annui in più, pari a circa 247 euro mensili. Invece l’aumento della pressione fiscale dell’11,4% è stata tutta a carico del lavoro dipendente.
In pratica il salario netto mensile non sarebbe come è ora di 1240 euro ma di 1487 se la pressione tributaria fosse stata la stessa. Servirebbero dunque investimenti per una vera riforma fiscale quantificati in almeno 1,2 punti di Pil. Per farlo bisognerebbe rovesciare una delle più gravi ingiustizie del nostro sistema economico: diminuire cioè la pressione fiscale sui 28 milioni di cittadini che pagano regolarmente le tasse e farle pagare anche agli evasori. Non certo con strumenti come lo scudo fiscale che è una vergognosa sanatoria che incasserà insignificanti briciole.
Per rovesciare questa immensa ingiustizia bisognerebbe braccare gli evasori ripristinando la tracciabilità dei pagamnti (ora annullata); riformare l’Irpef riducendo la prima aliquota dal 23% al 20% e incrementando la detrazione sui redditi da lavoro dipendente e da persone; agire sulle rendite e sulle grandi fortune aumentando il livello di tassazione e istituendo un’imposta di solidarietà.
E’ la base del patto fiscale che dovrebbe valorizzare la cultura dell’onestà, dell’equità e della legalità. Ma con questo governo che perdona il falso in bilancio e premia disonesti ed evasori sarà mai possibile?
































