I numeri parlano chiaro e certamente non imbrogliano. Nei primi nove mesi dell’anno un milione e mezzo di cittadini italiani hanno chiesto all’Inps l’indennità di disoccupazione. Altri 60 mila lavoratori sono nelle liste di mobilità, spesso l’anticamera del licenziamento. La cassa integrazione ha superato a ottobre 716 milioni di ore. Il tasso di occupazione si è ridotto ed è cresciuto quello di disoccupazione.
L’altro dato riguarda la produzione industriale, arretrata a settembre ai livelli del luglio scorso con una flessione del 5,3%. Secondo l’Isae la produzione industriale a fine anno segnerà un terribile -17,6%. La stessa Confindustria ammette che l’ultimo trimestre dell’anno, dopo gli squilli di tromba di settembre, sarà negativa.
Scajola e Sacconi, i due cantori dell’ottimismo un tanto al chilo, si illuminano soltanto quando possono squadernare previsioni che assicurano una crescita dello zero-virgola-qualcosa ma restano muti di fronte ai dati reali. Scajola ripete che bisogna consolidare la ripresa, ma non esiste un progetto Paese degno di questo nome.
La conferma che l’Italia vive con crescente affanno i frutti della crisi e l’assenza di politiche di sostegno e di stimolo (che verrebbero dal raddoppio della Cig e dalla detassazione della tredicesima e dei redditi da lavoro, ad esempio) arriva anche da un rapporto curato dall’Ipso per la Confesercenti. Nello studio, come rileva lo stesso Sole 24 Ore (quotidiano della Confindustria) “la fine del tunnel appare ancora lontana per la maggior parte degli italiani: solo l’11% della popolazione ritiene che il peggio della crisi sia passato”.
Insomma, chi ha ragione: gli italiani che tirano la cinghia o i venditori di frottole del governo più incapace che la storia della Repubblica ricordi?
































