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A proposito dell'Irap: troppe polemiche poco documentate (e qualche bugia)

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euro2-1Ridurre le imposte è un atto di politica economica perfettamente lecito, anche opportuno; naturalmente si tratta di vedere cosa succede al deficit pubblico, e quindi cosa si fa dal lato della spesa. La questione della riduzione dell’Irap va considerata in questo contesto: le imprese, avendo l’acqua alla gola, la chiedono; Berlusconi, guardando alle prossime elezioni regionali, la pretende da Tremonti. Sul tema si sono pronunziati anche autorevoli economisti come Giavazzi e Tabellini, sostenendo che l’Irap è dannosa perché a) grava sulle imprese, anche su quelle in perdita e b) penalizza le imprese labor intensive. Su questi due aspetti vale la pena svolgere alcune riflessioni.

 Torniamo ad una dozzina di anni fa, al momento dell’istituzione dell’Irap. Forse si ha una vaga memoria che l’Irap assorbì i contributi sanitari (e la tassa sulla salute), l’Ilor, l’imposta sul capitale sociale (o, per le imprese individuali, sul valore dei beni inventariati), l’Iciap, e un paio di tasse di concessione. Vanno sottolineate tre cose: la prima è che erano tutti prelievi a carico delle imprese; la seconda è che è plausibile ritenere che i contributi sanitari (oltre il 60% del gettito complessivo) incidessero sui lavoratori, mentre le altre imposte e tasse sugli utili d’impresa.  La terza è che, con l’eccezione dell’Ilor (meno del 20% del gettito complessivo), tutti gli altri prelievi venivano pagati anche dalle imprese in perdita. 

 Prescindiamo dal fatto che l’Irap dette un gettito inferiore di circa 12.000 miliardi di lire rispetto ai prelievi eliminati, e guardiamo la base imponibile, data dal valore aggiunto netto quindi dal fatturato al netto degli acquisti di beni e servizi (e dell’affitto dei locali). A questo valore aggiunto venivano tolti gli ammortamenti. In tempi più recenti sono state introdotte detrazioni per le imprese, poi a partire dal 2007 sono stati eliminati i contributi sociali e introdotte detrazioni per l’occupazione al sud; dal 2008 è stata ridotta l’aliquota di base (dal 4,25% al 3,9%). Dunque fino al 2006 la base imponibile corrispondeva al costo del lavoro, al costo del debito (cioè agli interessi passivi) e agli utili d’impresa.

Attenzione: se l’impresa è in perdita la base imponibile si riduce: se costo del lavoro e interessi passivi fanno 100, qualora l’utile sia positivo per 33 avremo una base imponibile di 133, ma se l’utile è negativo per 33, la base imponibile è 67, cioè la metà. L’impresa in perdita paga quindi l’Irap, ma versa metà rispetto all’impresa in utile. Se poi la perdita dovesse arrivare a 100, la base imponibile sarebbe nulla. 

 Rispetto ad una congerie di contributi, imposte e tasse che colpivano lavoro ed utili, adesso l’imposta colpisce lavoro, utili ed interessi passivi (dal 2007 il lavoro è al netto dei contributi). Già questa considerazione dovrebbe far riflettere sull’affermazione che l’Irap colpisca solo (o prevalentemente) il fattore lavoro. L’affermazione che l’Irap discrimini il lavoro a favore del capitale è data per assodata (Penati, La Repubblica 31 ottobre, Mucchetti Il Corriere della Sera 1 novembre).

Si tratta qui di capire bene le ipotesi di partenza del ragionamento: stiamo confrontando due metodi alternativi di produzione, uno che usa più capitale e meno lavoro, ed un altro con più lavoro e meno capitale? Oppure stiamo supponendo che, a partire da una tecnologia data, l’impresa, di fronte ad un aumento di domanda ed avendo della capacità inutilizzata, voglia incrementare le ore di lavoro?

 Nel primo caso è del tutto evidente che l’impresa che usa più capitale avrà più ammortamenti, più interessi passivi e, forse, più utili (ante imposte). L’impresa che usa più lavoro avrà più remunerazioni, più contributi, meno interessi passivi. A priori non è affatto detto che l’Irap discrimini contro l’impresa ad alta intensità di lavoro; si possono costruire esempi ragionevoli in cui se vi è eguaglianza di roe prima dell’Irap vi sarà eguaglianza di roe dopo l’Irap. Ovviamente i risultati dipendono dal livello del costo del finanziamento a debito, dalle regole di ammortamento, e così via.

Nella seconda ipotesi sembra che la tesi, secondo la quale l’Irap disincentiva l’impresa a rispondere ad un aumento di domanda, si poggi sul seguente ragionamento: consideriamo un’aliquota unica  di contributi sanitari, ed esaminiamo l’effetto sul costo del lavoro col passaggio all’Irap; se non si tiene conto della indeducibilità dell’Irap dalle imposte sul reddito (sia imprese individuali che società) si ha una riduzione, ma se si tiene conto dell’indeducibilità si ha un aumento del costo del lavoro, quindi una riduzione dell’occupazione e della produzione. Ora se si ragiona a parità di gettito , questa tesi sarebbe corretta, ma solo nell’ipotesi in cui sia in vigore un regime di concorrenza perfetta, in cui il prezzo rimane fisso; in questo caso la produttività del fattore lavoro diminuisce e quindi il suo costo aumenta. Se invece si ipotizza un regime di concorrenza imperfetta o monopolistica, allora la tesi non è più valida, perché in questo caso il costo marginale può benissimo rimanere costante, perché è il ricavo marginale (e con lui il prezzo), a scendere .

 In sostanza l’Irap tassa sia il lavoro che il capitale, e quest’ultimo sia proprio che a debito. Da questo punto di vista ha costituito un disincentivo all’indebitamento delle imprese (mentre la Dit, introdotta nello stesso tempo, ha costituito un incentivo alla crescita del capitale proprio) . Dunque l’Irap è una imposta neutrale, rispetto al complesso dei prelievi sostituiti, e l’affermazione di Penati secondo cui “distorce l’allocazione del capitale” appare priva di fondamento. Tabellini (Il Sole 24 Ore 25 ottobre) sostiene però che non è questo il punto: “l’Irap alza in modo rilevante il costo di produzione, e toglie competitività alle imprese italiane.” In questa affermazione vi è un aspetto ovvio; un’imposta può sempre essere vista o come un aumento dei costi o come una riduzione dei profitti. Ma l’eccesso di pressione dipende però da quanto l’imposta è distorsiva, o almeno questo è ciò che ci dicono i libri di testo.

L’altra affermazione coglie però un punto importante, che è probabilmente quello che interessa alle imprese. L’aspetto rilevante è che se l’Irap fosse sostituita da un aumento dell’Iva (“se poi….fossimo costretti ad alzare alcune aliquote Iva”, dice Tabellini) si sarebbe effettuata una svalutazione competitiva, l’unica possibile con l’euro. Non è un caso che il governo tedesco di coalizione, nella passata legislatura, abbia diminuito i contributi sociali ed aumentato l’Iva.  Anche Sarkozy aveva la stessa intenzione, ma ha rinunziato, per non esporsi alle critiche di aver fatto aumentare i prezzi.

 Tuttavia Tabellini sa benissimo che la letteratura economica ha dimostrato l’equivalenza tra imposta sul consumo ed imposta sul lavoro. Un aumento dell’Iva porterebbe ad un innalzamento dell’inflazione e quindi a rivendicazioni salariali; il costo di produzione cacciato dalla porta rientrerebbe dalla finestra. Un discorso analogo si può ripetere per la tesi di sostituire l’Irap con un aumento dell’Irpef.            

 Dopo questo sguardo panoramico, è il caso di approfondire alcuni aspetti delle affermazioni fatte in tema di Irap. L’imposta era indeducibile (lo è ancora salvo un 10%); ma se è un costo per l’impresa “consentiamo alle aziende di considerarla al pari degli altri oneri sul lavoro; così almeno sarebbe interamente deducibile” (Giavazzi su Corriere della Sera 14 ottobre). Ora dal punto di vista giuridico l’indeducibilità è consentita dal Testo Unico per quanto riguarda le imposte dirette; ma l’Istat (e quindi Eurostat) ha classificato l’Irap come imposta indiretta; la classificazione può essere discutibile (le imposte indirette tendono a trasferirsi sui prezzi, ma è questo il caso dell’Irap? Secondo gli imprenditori no), ma in linea di principio c’è un argomento forte per la deducibilità.

 Ma la deducibilità implica ovviamente una perdita di gettito delle imposte dirette; pertanto occorre ragionare a parità di gettito, come gli economisti sanno bene. Ora la deducibilità può essere fatta in due modi diversi:

a) si può elevare l’aliquota dell’Irap, destinando un 80% circa alle Regioni e il rimanente all’Erario (quando, nel 1997, l’aliquota era 4,25% e quella dell’Irpeg al 37% l’aumento avrebbe portato l’Irap al 6,8%, ora dal 3,9% al 5,4%) . Si dovrebbe poi stabilire che gli aumenti decisi dalle Regioni non siano deducibili; ciò è in linea col federalismo, ed è ora sancito dalla legge delega (art.2).
b) si può lasciare l’aliquota Irap invariata, ed aumentare le aliquote Ires ed Irpef (solo sui redditi di impresa o professioni?).

Nel primo caso non succede assolutamente nulla; l’impresa continuerebbe a versare Irap ed imposta diretta esattamente nella stessa misura, fino all’ultimo centesimo. Nel caso invece di aumento dell’imposte dirette, i più danneggiati sarebbero gli artigiani e le piccole imprese in genere, dove la remunerazione del titolare è una quota più alta del valore aggiunto complessivo.
 Tuttavia nel primo caso qualche cosa in effetti succede, e succede proprio alle imprese in perdita; le quali si troveranno a versare una maggiore Irap, proprio perché l’aliquota è stata aumentata. Giavazzi deve scegliere allora per la seconda ipotesi e quindi spostare il peso della tassazione sulle piccole imprese. 

 Passiamo al tema del federalismo. Si dice comunemente che l’Irap finanzi la sanità, perché i contributi sanitari andavano al fondo per la sanità, ma dal punto di vista formale l’Irap non finanzia la spesa per la salute, ma qualunque spesa regionale; tuttavia la sanità è la spesa regionale preponderante, quindi possiamo ragionare come se si trattasse di un’imposta di scopo. Tabellini dice che l’Irap non va bene per il federalismo, perché, alzando i costi delle imprese, “non è pensabile che vi sia una forte differenziazione delle aliquote sul territorio”. Meglio dare alle Regioni “una parte ben più rilevante della base imponibile dell’Irpef, con ampia autonomia nella fissazione delle aliquote”.

 Evidentemente a Tabellini  le addizionali Irpef non sembrano sufficienti, ma deve considerare che per evitare che le imprese si spostino da una regione ad un’altra rischia di far spostare le residenze dei proprietari delle imprese e degli stessi lavoratori. Tenga presente che le basi imponibili di Irap ed Irpef sono simili, anzi quella dell’Irap è maggiore. In effetti a suo tempo (anni sessanta) Cosciani aveva proposto di affiancare all’Iva un’imposta sull’ultimo passaggio (monofase al dettaglio), manovrabile autonomamente a livello regionale. L’Europa ha deciso diversamente, e quindi questa strada è preclusa .

 Un altro argomento critico sul nesso Irap-sanità è stato avanzato da Cipolletta (La Voce 23 ottobre): un servizio che riguarda tutte le persone fisiche non dovrebbe gravare sulle imprese, ma direttamente sui cittadini. Vi è un’idea (non nuova nelle dottrine dell’economia pubblica) secondo cui esplicitando il criterio di controprestazione si possa ottenere un maggior controllo della spesa e quindi una maggiore efficienza.

 In linea generale si può concordare con quest’idea, anche se addizionali all’Irpef non sembrano aver prodotto risultati concreti; nel caso specifico allora lo strumento migliore sono i ticket per le varie prestazioni (compresi i medicinali), estesi però a tutti, e quindi estremamente impopolari. D’altra parte l’idea, che piace anche a Mucchetti, di elevare i salari e mettere l’Irap a carico dei salariati (in modo che sia deducibile), e detassare gli interessi passivi, significa tornare esattamente alla situazione di partenza (contributi sanitari e imposte sugli utili). Dopodiché le imprese che lo fanno continuerebbero tranquillamente ad andare in Romania.

Perché l’Irap è la più odiata delle imposte (dopo l’eliminazione dell’Ici sulla casa d’abitazione)? Bordignon ha avanzato l’ipotesi che dipenda dal fatto che i professionisti sono stati colpiti dall’imposta mentre in precedenza non erano tenuti a pagare l’Ilor e dal fatto che l’influenza sui mass media dei professionisti è nettamente superiore al peso quantitativo delle loro attività. Ci può essere del vero in questa ipotesi, anche se va ricordato che i professionisti pagavano la tassa sulla salute e i contributi sanitari dei dipendenti. Ma probabilmente la ragione principale va cercata in un effetto ottico.

Nei conti dell’impresa l’Irap appare insieme all’imposta diretta nel passaggio dall’utile lordo a quello netto; gli imprenditore vedono quindi un notevole calo dell’utile, ma ovviamente si sono scordati  (fin da subito) che l’utile lordo sarebbe stato già significativamente inferiore se avessero dovuto pagare i contributi sanitari. Rapportando quindi le imposte sull’utile lordo essi vedono un peso delle due imposte che può arrivare a percentuali del 70-80%, se non addirittura del 100% e più (utile lordo positivo ma poi utile netto negativo).

Infinite dichiarazioni di rappresentanti delle categorie produttive, nonché lettere ai giornali confermano questa ipotesi, e spiegano perché, vedendola come un’imposta sugli utili, scatti la richiesta di poter dedurre le remunerazioni dei lavoratori e gli interessi passivi. In realtà che l’Irap incida davvero sull’utile d’impresa è una tesi alquanto improbabile; potremmo sostenerla se allo stesso tempo pensassimo che i contributi sanitari (chi sa perché solo quelli) incidessero sui profitti e non sulle remunerazioni dei lavoratori. Ma sulla traslazione delle imposte sarebbe forse il caso di tornare a ragionare.

In conclusioni, l’Irap non ha colpito le imprese in perdita o il lavoro più di quanto avvenisse prima, anzi meno; può aver aggravato il peso su imprese ad alto leverage. Questo non vuol dire che non si possa prendere in considerazione una riduzione dell’imposta, ma perché questa piuttosto che l’Irpef sui lavoratori dipendenti e pensionati? E ammesso che si voglia ridurre l’Irap, come la mettiamo col federalismo?

Ruggero Paladini da www.nens.it

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